IL SIMBOLO DEL MONDO SELVAGGIO

IL SIMBOLO DEL MONDO SELVAGGIO

10 luglio 2014

Libro: "Ecologia profonda", di Guido Dalla Casa

Saggistica ambientale
a cura della redazione del sito Ecologia profonda.com
(esclusiva del sito Ecologia profonda.com)
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Guido Dalla Casa

ECOLOGIA PROFONDA






PANGEA Edizioni (1996, Torino)

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Tutti i diritti sono riservati


Foto di copertina: Samuel Bitton
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Questa pubblicazione è coperta da Copyright ©. L’inserimento di parti in siti web o libri non è consentito, senza l’autorizzazione dell’Autore. Per contattare l’Autore (Guido Dalla Casa) scrivere al seguente indirizzo email: guido1936@interfree.it 
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La pubblicazione che qui presentiamo è stata ridotta rispetto a quella originale (eliminati capitoli 4-7-8). Infatti sono stati lasciati solo i capitoli più direttamente attinenti all’Ecologia profonda e più in linea con i contenuti del nostro sito. Le omissioni, concordate con l’Autore e necessarie anche per questioni editoriali, rendono tuttavia il testo un brillante manuale per apprendere in forma semplice e diretta il significato preciso dei concetti dell’Ecologia profonda e di quando l’Autore ha voluto esprimere. Questa pubblicazione online, come d'altronde l'opera cartacea originale, si presta appieno ad essere ad uso per una divulgazione didattica dell'argomento trattato.
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Ringraziamenti
Ringraziamo sentitamente Guido Dalla Casa per averci concesso l’onore di poter pubblicare nel nostro sito - nella sezione delle pubblicazioni online - il suo libro “Ecologia profonda”, uscito nel 1996 per Pangea edizioni. Guido Dalla Casa è una bellissima realtà di persona volta ad un disinteressato amore per la natura, amore che lo ha spinto a divulgare quanto più possibile il pensiero dell’ecologia profonda, di cui rappresenta il maggior esponente nello scenario italiano. Il suo contributo per una visione diversa del mondo, è estremamente utile per permettere una saggia conservazione della natura, ma anche per una vita sociale ricca di una profonda qualità ed armonia. Grazie a lui ora in Italia si comincia a parlare sempre di più di una visione olistica ed ecocentrica della natura. Guido Dalla Casa è persona di grande nobiltà d'animo ed il pensiero olistico che lo possiede portano il suo spirito verso una profonda comprensione per tutti gli esseri senzienti. Un grazie sincero.
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Nota biografica sull’Autore
Guido Dalla Casa è nato a Bologna nell’agosto 1936. Dopo aver frequentato il Liceo Scientifico, si è laureato in Ingegneria Elettrotecnica presso l’Università di Bologna. Dal 1959 al 1997 ha svolto la sua attività lavorativa presso l’ENEL, come dirigente nelle aree tecnica e commerciale della distribuzione elettrica, presso le sedi di Torino, Vercelli, Milano e Brescia. Ora è in quiescenza e vive a Milano, dove fa parte del Gruppo Ecologia ed Energia dell’Associazione Lombarda Dirigenti Aziende Industriali.
Ha sposato Elvira Conti nel 1963: hanno un figlio (Enrico, 1966) e una figlia (Valeria, 1969). Guido e la moglie hanno sempre avuto la passione per i viaggi e le escursioni in montagna, anche con l’ascensione di alcune cime elevate; hanno restaurato e reso abitabile un’antica casa in uno sperduto villaggio delle Alpi, dove non arriva la strada carrozzabile.
Sempre appassionato di problemi scientifico-filosofici, dal 1970 circa si interessa di ecologia profonda e di filosofie orientali e native. Ha pubblicato alcuni libri: L’ultima scimmia (1975) e Guida alla sopravvivenza (1983) per la Casa Editrice MEB, Verso una cultura ecologica (1990), Ecologia Profonda (1996) per la Casa Editrice PANGEA, L’Ecologia profonda (2011) - Lineamenti per una nuova visione del mondo Mimesis Edizioni, oltre a moltissimi articoli su varie Riviste, quasi tutti su argomenti di ecologia profonda.
Per maggiori dettagli sulla sua biografia si legga questo documento.


IMPORTANTE
L’opera da noi pubblicata rappresenta un primo lavoro di base di Guido Dalla Casa specificatamente dedicato all’Ecologia profonda. Tuttavia per avere una visione molto più ampia, analitica e comprensiva dei più svariati aspetti e risvolti, si consiglia vivamente il lettore di acquistare la sua nuova pubblicazione sull’Ecologia profonda (L’Ecologia profonda - Lineamenti per una nuova visione del mondo. Edizioni Mimesis - collana Eterotopie - 2011 - 230 p., brossura). Il libro è reperibile a questo LINK.
Circa il contenuto del nuovo libro si legga QUI
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CAPITOLI




1 – INTRODUZIONE

   Dedica mezz’ora al giorno a pensare al contrario di come stanno pensando i tuoi colleghi.
Albert Einstein

   Come i venti e i tramonti, la vita selvaggia era considerata sicura finchè il cosiddetto progresso non ha cominciato a portarla via. Ora ci troviamo di fronte al problema se un ancora più alto “ livello di vita” valga il suo spaventoso costo in tutto ciò che è naturale, libero e selvaggio.
Aldo Leopold  

   Sai che gli alberi parlano? Si, parlano l’uno con l’altro e parlano a te, se li stai ad ascoltare. Ma gli uomini bianchi non ascoltano. Non hanno mai pensato che valga la pena di ascoltare noi indiani, e temo che non ascolteranno nemmeno le altre voci della Natura. Io stesso ho imparato molto dagli alberi: talvolta qualcosa sul tempo, talvolta qualcosa sugli animali, talvolta qualcosa sul Grande Spirito.
Tatanga Mani

    Una persona non dovrebbe mai camminare con tanto impeto da lasciare tracce così profonde che il vento non le possa cancellare.
(da un insegnamento degli indiani Piedineri)
L’idea più corrente che viene evocata nell’opinione pubblica quando si parla di azione “ecologista” o “verde”, è che questa consista essenzialmente nel vigilare affinché il “naturale progresso dell’umanità” avvenga senza inquinamenti e senza modificare troppo l’ambiente, che è considerato bello e quindi “da salvare”. In sostanza, quella che viene chiamata azione ecologista è la “protezione dell’ambiente”: non inquinare, mantenere pulito il paesaggio, installare filtri e depuratori e conservare qua e là alcune isole di natura dove recarsi a scopo ricreativo, i “Parchi”.
La componente di pensiero sopra accennata è oggi abbastanza presente nell’opinione pubblica e la sua massima diffusione è certamente utile.
Tutto questo non è sufficiente, perché il problema ecologico nasce dall’atteggiamento della cultura dominante, dal pensiero di fondo della civiltà industriale, dal suo inconscio collettivo. E’ un problema filosofico, molto più che un problema pratico o tecnico. Se non si modifica profondamente la visione del mondo, si ottengono solo risultati transitori, effetti di spostamento nel tempo, pur utilissimi, di problemi insolubili.
Perché si cambi una visione del mondo, cioè una cultura, si richiedono di solito tempi dell’ordine di un paio di secoli. Ma non si salverà la Madre Terra senza un tale capovolgimento, cioè senza la fine della civiltà industriale, che è l’espressione attuale della cultura occidentale e l’applicazione pratica del materialismo. Invece, una volta scomparsa o modificata profondamente la visione del mondo dell’Occidente, il problema ecologico non esisterà più.
Le culture umane con una visione del mondo che comporta un modo di vivere ecologico non sanno cosa sia l’ecologia, e questo conferma che ciò che respiriamo fin dalla nascita ci appare ovvio, il che significa che non ci appare affatto.
   La civiltà industriale è di per sé una cultura non-ecologica; inoltre:
- si considera una meta agognata da tutte le civiltà tradizionali, vede i propri pregiudizi come frutto della natura umana e la propria scala di valori come un punto d’arrivo per tutta l’umanità;
- distrugge le altre culture fagocitandole e imponendo le proprie concezioni di fondo, cioè assimilando a sé ogni varietà culturale;
- è in sostanza il processo che sta divorando la Terra: solo la sua fine può risolvere il dramma ecologico.
      Anche se le schematizzazioni sono sempre riduttive, al solo scopo di intendersi più facilmente, adotterò la distinzione del filosofo norvegese Arne Naess, dividendo il pensiero ecologista in due categorie:

- l’ecologia di superficie, che ha per scopo la diminuzione degli inquinamenti e la salvezza degli ambienti naturali senza intaccare la visione del mondo della cultura occidentale;

- l’ecologia profonda, in cui vengono modificate radicalmente le concezioni filosofiche dominanti dell’Occidente: in questa forma di pensiero si dà un’importanza metafisica alla Natura, superando il concetto restrittivo e fuorviante di “ambiente dell’uomo”. In un certo senso non c’è più bisogno del concetto di ecologia, come avviene nelle civiltà tradizionali.

     Una delle obiezioni che viene mossa all’ecologia profonda è che non comporterebbe azioni concrete: è bene evidenziare ancora che le svolte culturali non sembrano concrete solo perché si svolgono su tempi lunghi. Sono però molto più profonde e radicali.
Probabilmente la rivoluzione copernicana e la concezione evoluzionista sembravano assai poco “concrete” agli effetti della vita pratica. Eppure hanno causato modifiche di atteggiamento che si risentono per secoli e da cui derivano intere serie di scoperte-invenzioni fin troppo “concrete”. Cartesio non poteva certamente immaginare quali conseguenze pratiche avrebbe avuto il diffondersi del suo pensiero dopo qualche secolo.
Si parla sempre dei vari tipi di “crisi” in cui si dibatte il mondo attuale, ma ben raramente si evidenzia che si tratta di un’unica crisi globale e culturale: è la nostra civiltà che rivela il suo fallimento.
Non è possibile pensare di salvare il mondo dalla catastrofe ecologica senza analizzare il concetto di sviluppo e senza ricordare che questo concetto è il prodotto di una sola cultura umana in un determinato momento della sua storia: la Natura viene distrutta dal “démone del fare” che divora l’Occidente e dalla sua smania di “modificare il mondo”.
L’Occidente, preda dei démoni dell’avere e del fare, ha dimenticato il vivere, il conoscere e l’essere.
Bisogna avere il coraggio di dimenticare “il progresso” e di mettere in pensione la crescita economica, confortàti dal fatto che questa crescita porta con sé chiari segni di profondo disagio sociale e psicologico: l’avanzamento degli indici economici comporta la diminuzione degli indici “vitali” (varietà di specie ed ecosistemi) e della serenità mentale (droghe, suicidi, delinquenza), anche se tali fatti non vengono di solito evidenziati.
    Per tutti questi motivi, pur considerando pienamente valide le azioni proposte in pratica dall’ecologia di superficie, nei capitoli che seguono proporrò alcune domande:
- Perché il dramma ecologico è nato proprio nella cultura occidentale?
- Perché consideriamo la civiltà occidentale ed i suoi miti come quelli “veri”?
- Che cosa sono lo sviluppo e il benessere?
- Il concetto di progresso è universale ed evidente?
- Che posizione ha la nostra specie nell’Universo?
- Cosa ne pensano le altre culture umane?
     Comunque cercherò di evidenziare i guai dell’Occidente solo perché è la cultura dominante e per mettere in luce molte idee di cui non si parla solo perché sono considerate ovvie. Ma non intendo dimostrare che l’Occidente è una cultura “peggiore” delle altre: è una cultura come le tante altre apparse sulla Terra.
Come segno di speranza, passerò poi a un rapido esame di alcune tendenze di pensiero nate nel ventesimo secolo, che assomigliano a molte idee di fondo di altre culture.
Se un nuovo paradigma (1) divenisse il sottofondo del pensiero corrente, si avrebbe la fine del materialismo e quindi di questa civiltà. Inoltre manteniamo viva la speranza che si salvi la diversità culturale.
In definitiva, poiché la distruzione degli equilibri naturali è opera della civiltà industriale e della sua tumultuosa espansione, per ottenere qualche miglioramento globale e permanente in questo campo è necessario:
- intaccare le concezioni che l’hanno fatta nascere;
- porre in discussione la sua visione del mondo.


Note al capitolo 1
(1) Il termine “paradigma” è stato introdotto in questo senso dal filosofo contemporaneo Thomas Kuhn e significa più o meno “quadro di pensiero in cui vengono inseriti fatti e teorie”, oppure “insieme di regole o modi con cui vediamo il mondo”. Il paradigma è lo schema mentale attraverso il quale vengono visti ed interpretati tutti gli eventi.
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2 – L’ECOLOGIA DI SUPERFICIE

  L’Occidente è una nave cha sta colando a picco, la cui falla è ignorata da tutti. Ma tutti si danno molto da fare per rendere il viaggio più confortevole.
Emanuele Severino

  La crescita perpetua è il credo della cellula cancerosa.
Edward Abbey

  L’ideologia industriale è alle corde. Il tragico ecologico l’ha sconfitta.
Guido Ceronetti

  Condensiamo la storia della Terra di quattro miliardi di anni in sei giorni.
Il nostro pianeta è nato lunedì alle ore zero.
La vita comincia a mezzanotte di mercoledì e si evolve in tutta la sua bellezza nei tre giorni seguenti.
Sabato alle ore 16 compaiono i grandi rettili che si estinguono cinque ore più tardi, alle nove della sera.
L’uomo appare soltanto sabato sera a mezzanotte meno tre minuti.
La nascita di Cristo avviene un quarto di secondo prima di mezzanotte.
Manca un quarantesimo di secondo quando inizia la rivoluzione industriale.
Ora è sabato sera, mezzanotte, e siamo circondati da persone convinte che ciò che fanno da un quarantesimo di secondo possa durare per sempre.
(libera traduzione da David Brower, Le Nouvel Observateur)

  Il periodo di rapida crescita della popolazione e dell’industria prevalso negli ultimi secoli, invece di venir considerato come condizione naturale e capace di durare indefinitamente, apparirà come una delle fasi più anormali nella storia dell’umanità.
Adriano Buzzati Traverso


Premesse
      In questo capitolo descriverò brevemente quel tipo di “ecologia” cui ci si riferisce di solito e che viene accettata da un numero ancora esiguo ma rapidamente crescente di persone. Userò a questo scopo il linguaggio che più frequentemente viene utilizzato dai mezzi di comunicazione, quando si occupano del problema ecologico.
Secondo questa ecologia, in cui si mantiene la distinzione fra “l’uomo” e “l’ambiente”, la Terra va tenuta pulita e piacevole perché è “l’unica che abbiamo”, è “la nostra casa”, è un Pianeta fatto per noi. E’ necessario “difendere l’ambiente” perché l’umanità possa viverci meglio: le modifiche devono essere fatte “a misura d’uomo”.
In sostanza non si intaccano mai le concezioni globali dell’Occidente, il paradigma dominante resta lo stesso. Sia l’ecologia nata dalla problematica dei “limiti dello sviluppo”. Sia quella che cerca di tenere “bello” l’ambiente e abitabile la Terra lo fanno soprattutto per il benessere dell’uomo, la cui posizione centrale e particolare non viene minimamente scossa.
Anche l’idea di conservare la Terra in buono stato per le generazioni future attribuisce valore alla Natura soltanto in funzione della nostra specie: l’antropocentrismo non viene messo in discussione.

I limiti dello sviluppo
Il tipo di pensiero ecologista cui accennerò ora è nato all’inizio degli anni Settanta con la pubblicazione del famoso rapporto del Club di Roma “I limiti dello sviluppo”, titolo in cui è già evidente l’impostazione dello studio: lo sviluppo va arrestato lentamente, perché ha dei limiti fisici, oggettivi. Quindi non possiamo fare a meno di fermarlo: occorre frenare per l’uomo, anche se con grande dispiacere.
Non si intacca alcun principio dell’Occidente, anzi il mondo è considerato un sistema meccanico straordinariamente complesso: la concezione meccanicista non è minimamente messa in dubbio. La spinta all’equilibrio globale è una necessità fisica, la Terra deve essere rispettata perché diversamente non consentirà la vita dell’uomo.
Il rapporto era stato impostato semplificando il sistema mondiale con cinque grandezze: le risorse naturali, la popolazione umana, gli alimenti, l’inquinamento e la produzione industriale. Erano poi stati schematizzati i tipi di interazione fra queste grandezze su scala mondiale e si erano studiate le tendenze future estrapolando gli andamenti verificatisi dall’inizio dell’éra industriale.
Come noto, il risultato dello studio fu che il sistema sarebbe collassato attorno agli anni 2020-2030, naturalmente se non si fossero modificati gli andamenti e le interazioni, cioè il modo di vivere. Attorno al 2030, quando i cinque diagrammi dello studio “impazziscono”, la Terra avrà livelli di degradazione intollerabili: però questo fatto non era preso in considerazione come disastro “in sé”. 
A coloro che non si preoccupano più di quel rapporto perché finora non è successo niente pur essendo continuato l’andamento precedente delle grandezze in esame, è opportuno ricordare che mancano ancora trenta o quaranta anni prima che si debba notare qualcosa di macroscopico. Anzi, gli indici presi in esame stanno procedendo secondo le curve uscite allora dall’elaboratore.
Lo scienziato Paul Ehrlich ha proposto a tale riguardo una parabola che mi sembra molto istruttiva. Supponiamo, scrive Ehrlich, di trovarci a salire su un aereo e di vedere che c’è una persona che sta tranquillamente schiodando i rivetti, che sono un tipo speciale di chiodi che tengono insieme le lamiere dell’ala. Naturalmente allarmatissimi ci mettiamo a gridare all’uomo di smetterla: ma lui ci risponde di stare tranquilli perché non è la prima volta che lo fa (li rivende ad una ditta) e non è mai successo niente; anzi lui stesso sta per partire col medesimo volo, non c’è nulla di cui preoccuparsi. Ovviamente l’uomo non si rende conto che a furia di schiodare arriverà a togliere quel bullone che segna la soglia massima di resistenza dell’ala privata dei bulloni medesimi, e a quel punto succederà la catastrofe. La stessa cosa accade per il nostro pianeta: continuiamo con la più grande incoscienza ad eliminare una specie dopo l’altra, ed apparentemente non succede nulla nell’ecosistema globale. Ma ad un certo punto salterà tutto.
Ricordiamo anche il paragone di Bateson con la rana messa a bollire in una pentola con acqua fredda: se si aumenta lentamente la temperatura dell’acqua, la povera rana non riuscirà ad accorgersi quando è arrivato per lei il momento di saltar fuori e finirà lessata.
Il rapporto del Club di Roma ebbe sostanzialmente tre grossi pregi:
- di introdurre il problema con un linguaggio scientifico-matematico, che viene di solito abbastanza accettato dagli ambienti ufficiali, anche se soltanto come metodo;
-  di evidenziare l’idea di crescita esponenziale, cioè invitare alla meditazione su cosa significano i fenomeni che hanno un simile andamento nel tempo;
- di richiamare l’attenzione sulla gravità del problema demografico: se non si arresta l’attuale esplosione della popolazione mondiale, ogni altro provvedimento diventa inutile; oggi l’umanità aumenta di un milione di individui ogni quattro giorni
A questo proposito à bene ricordare che l’area del mondo più sovrappopolata -anche se non cresce quasi più - è l’Europa, con alte densità e con impatto altissimo, dato l’insostenibile livello di consumo pro-capite dei suoi abitanti.

La crescita esponenziale
Ritengo utile richiamare con un paio di esempi cosa significa l’andamento esponenziale, che è il modo di procedere della civiltà industriale.
Il primo esempio è un aneddoto:

Un Maragià indiano, per saldare un debito di riconoscenza verso un suo saggio suddito, gli promise di soddisfare un suo desiderio.
Il saggio chiese un certo quantitativo di grano: quello che si ottiene mettendo un chicco sulla prima casella della scacchiera, due chicchi sulla seconda, poi quattro, otto, sedici, e così via raddoppiando. Il maragià restò stupito dalla modestia di quella richiesta e ordinò che venisse portata una scacchiera ed un sacco di grano. L’incaricato a deporre i chicchi si accorse ben presto, già nella seconda fila di caselle, che si preparavano guai e che il sacco non sarebbe bastato, anche se la prima fila era andata via con quantità di grano molto modeste.
Per avere il totale dei chicchi, basta moltiplicare due per sé stesso sessantaquattro volte; provate e vi divertirete: con i calcolatorini in commercio farete prestissimo, ma il numero uscirà presto dal visualizzatore delle cifre. Il numero risultante sull’ultima casella della scacchiera ha una ventina di zeri e corrisponde al raccolto mondiale di grano per duemila anni! Secondo l’aneddoto, il maragià si trovò nell’alternativa di non mantenere la parola data o far tagliare la testa al vecchio saggio. (2) 

Un altro esempio classico può illustrare ancora meglio il tipo di rapidità nel tempo dei fenomeni che avanzano con l’andamento “del raddoppio”, che equivale ad aumentare di una percentuale annua costante il valore già raggiunto.
Supponiamo che un microorganismo in crescita esponenziale con raddoppio giornaliero “uccida” la superficie di un lago e ci metta sessanta giorni a farla fuori tutta. Se un gruppo di esperti, notando la moltiplicazione del microorganismo, si recasse a visitare il lago al 56° giorno, cioè a quattro giorni dalla morte totale, vedrebbe soltanto un sedicesimo del lago già “morto” e tutto il resto bel tranquillo: probabilmente se ne andrebbe proponendo solo qualche blando correttivo e scagliandosi contro gli “allarmisti” che ritenevano urgente un rimedio.
    E’ forse istruttivo seguire l’andamento di tale fenomeno (i valori sono arrotondati):
Se il microorganismo ha la superficie di un micron (3) quadrato e la superficie totale del lago è di un Km quadrato, si ha:
- inizialmente l’area ricoperta dal microorganismo è di un micron quadrato;
- dopo 20 giorni il microbo ha infettato un millimetro quadrato di superficie, cioè dopo un terzo del tempo totale il fenomeno non è ancora percepibile; 
- dopo 40 giorni, cioè due terzi del tempo totale, la superficie ricoperta è un metro quadrato, cioè il fenomeno è rilevabile solo con grande difficoltà; comunque nessuno darebbe importanza alla cosa;
- dopo 56 giorni, come si è detto, è ricoperto un sedicesimo del totale, cioè il fenomeno è visibile ma per molti “non ancora preoccupante”.
Dopo altri quattro giorni è tutto finito.
Alla luce di tale andamento esponenziale del fenomeno “civiltà industriale”, appare perfettamente logico che per un paio di secoli non si sia notata la vera natura distruttrice di tale civiltà. Infatti i suoi effetti reali sulla Vita non possono evidenziarsi se non pochissimo tempo prima della sua fine: ritornando all’esempio del microorganismo nel lago, chi potrebbe effettivamente accorgersi di un metro quadrato inquinato se è sparso su una superficie di un Km quadrato, cioè un milione di volte più grande? Eppure in quel momento il fenomeno ha già “lavorato” per due terzi del tempo totale a sua disposizione.
Quindi la persistenza del modello attuale per due secoli, fatto su cui poggia l’idea di continuazione della civiltà industriale sempre-crescente, costituisce invece un’ulteriore prova della sua fine imminente: come si è visto, il modello può esistere senza manifestare la sua vera natura per un tempo quasi uguale a quello della sua esistenza complessiva.
E’ utile comunque ricordare che l’impostazione al problema ecologico data dai “limiti dello sviluppo” non è stata sostanzialmente contestata sul piano scientifico, è stata soltanto ignorata dal mondo ufficiale, impossibilitato ad arrestare una spinta che persiste da due o tre secoli, proprio perché non si può cambiare il modo di vivere senza modificare il pensiero filosofico.
A questo punto viene da chiedersi che senso ha un modello culturale che non può durare per un tempo indefinito, cioè che ha in sé la certezza della propria fine.
Secondo i sacerdoti della crescita, succederà “qualcosa” che consentirà di crescere sempre. A parte che non si capisce cosa possa essere, viene da chiedersi perché questi economisti non portino subito in Banca mille lire e le lascino su un conto al sette per cento annuo di interesse, visto che - per il fenomeno esponenziale sopra accennato - dopo circa cinque secoli la somma depositata sarà diventata un milione di miliardi di lire che faranno felice qualche diretto discendente, neanche troppo lontano. Il bello è che - secondo gli stessi sacerdoti, che adorano la crescita come una divinità - se centomila persone fanno la stessa operazione, tutti si ritrovano il loro milione di miliardi dopo cinque secoli. Ancora soltanto qualche secolo in più, e la quantità di denaro di quei “conti in Banca” supera il volume di una sfera che comprende tutto il sistema solare.
Non possono accorgersi di questa assurdità proprio perché la crescita viene considerata intoccabile, cioè una divinità. 
E’ istruttivo riportare la conclusione dell’aggiornamento del famoso rapporto del Club di Roma eseguito venti anni dopo:

    Abbiamo ripetuto più volte che il mondo non si trova di fronte un futuro preordinato, ma una scelta. L’alternativa è tra modelli. Uno afferma che questo mondo finito non ha, a tutti i fini pratici, alcun limite. Scegliere questo modello ci porterà ancora più avanti oltre i limiti e, noi crediamo, al collasso.
    Un altro modello afferma che i limiti sono reali e vicini, che non vi è abbastanza tempo, e che gli esseri umani non possono essere moderati, né responsabili, né solidali. Questo modello è tale da autoconfermarsi: se il mondo sceglie di credervi, farà in modo che esso si riveli giusto, e ancora il risultato sarà il collasso.
    Un terzo modello afferma che i limiti sono reali e vicini, che c’è esattamente il tempo che occorre ma non c’è tempo da perdere. Ci sono esattamente l’energia, i materiali, il denaro, l’elasticità ambientale e la virtù umana bastanti per portare a termine la rivoluzione verso un mondo migliore.
   Quest’ultimo modello potrebbe essere sbagliato. Ma tutte le testimonianze che abbiamo potuto considerare, dai dati mondiali ai modelli globali per calcolatore, indicano che esso potrebbe essere corretto. Non vi è modo per assicurarsene, se non mettendolo alla prova. (4)

E’ comunque evidente che il terzo modello comporta una modifica profonda e radicale dei valori attuali della cultura occidentale, cioè un sistema di vita ben diverso.

I Parchi naturali
     Una delle politiche dell’ecologia di superficie è quella di tenere isolate alcune aree naturali del Pianeta salvandole dall’invadenza del cosiddetto progresso. Tale pratica, pur non intaccando i fondamenti che causano il dramma ecologico e lasciando a volte il sospetto che fuori da queste aree sia consentito ogni sfruttamento, è comunque da sostenere in ogni modo. Infatti è uno dei modi concreti in tempi brevi per salvare specie ed ecosistemi altrimenti destinati all’estinzione: essi potranno riprendersi nelle aree adatte del Pianeta quando saranno cambiati i paradigmi dominanti.
     Spesso la finalità pubblicizzata per i Parchi è piuttosto antropocentrica, cioè essi verrebbero creati per il “godimento dell’uomo”, ma questo è l’unico modo - date le premesse della cultura dominante -  perché tali Parchi possano essere accettati. 
Facciamo alcuni esempi:
Una palude va salvata perché fa da polmone nelle piene, perché è ricca di vita e quindi ci fornisce un buon sostentamento (prelevando quel tanto che non intacca l’equilibrio dell’ecosistema), perché ci possiamo ricreare andandola a vedere, e così via.
La foresta va salvata perché ci dà l’ossigeno, perché abbiamo ancora tante cose da imparare su di essa, perché molte specie potranno un giorno darci nuove colture agricole, per i nuovi medicinali e per scopi ricreativi e di conoscenza.
Già i motivi per salvare ampi spazi di deserto appaiono meno evidenti. Tuttavia alcuni deserti ci vogliono, per studiare le specie che vi si sono adattate e perché questo ambiente possa servire da palestra per il nostro ardimento, visto come un notevole valore “sportivo”.
In definitiva la posizione centrale e del tutto particolare dell’”uomo” non viene messa in discussione.

La questione etica e il problema dei “diritti”
Se portiamo il problema in termini giuridici, nell’ecologia di superficie la natura va protetta perché è “res communitatis” e non è “res nullius”. Resta comunque sempre “res”, si tratta di proprietà, di patrimonio comune, qualcosa da salvaguardare, ma che si può e si deve utilizzare o godere da parte di qualcuno o di tutti. L’uomo è sempre al centro, è il riferimento di tutto, vivente o non vivente.
Gli ecosistemi, gli animali, le piante non sono soggetti morali né di diritto, ma hanno valore solo in funzione umana (proprietari, gruppi, collettività, ecc.): l’animale o l’ecosistema sono evidentemente considerati “non coscienti” o “non senzienti”. Non si capisce proprio come venga stabilito il confine, o quale sia la caratteristica che fa attribuire la qualifica di “soggetto morale” o “soggetto di diritto”. Se fosse qualunque forma di “intelletto” o di facoltà intelligente - a parte la solita difficoltà di stabilire la “quantità di soglia” - non si capirebbe proprio come vengano assegnati diritti ben precisi (come soggetti) a un pugno di cellule o ai menomati o cerebrolesi gravi, o a persone in coma, purchè si tratti esclusivamente di umani.
E’ evidente la derivazione biblica e cartesiana di questi atteggiamenti: la distinzione nasce da un pregiudizio metafisico, di cui si parlerà in seguito.
L’etica religiosa dell’Occidente ha riservato scarsa attenzione ai non umani, escludendoli da ogni considerazione morale, o semplicemente umanitaria e relegandoli, in quanto privi di anima, nella sfera dei mezzi al servizio dell’uomo. L’ascesa della filosofia dello scientismo tecnologico, che degrada tutto a oggetto, ha ulteriormente peggiorato l’atteggiamento collettivo.
Invece non c’è nulla che impedisca di essere soggetto morale e dotato di diritti non solo a un animale, ma anche a un fiume, a una montagna, a una palude.
Oggi comunque sappiamo dall’etologia - ma anche dal senso comune - che almeno gli animali provano piacere e dolore e hanno interessi preferenziali: insomma non esistono differenze rilevanti fra umani e altri animali. Anche gli studi di neurobiologia non rivelano differenze qualitative fra le strutture umane e quelle di altri animali. Quindi non ci sono ragioni plausibili per escluderli da considerazioni etiche.
Poiché inoltre non è possibile stabilire confini fra animali e vegetali, né fra individui e “ambiente circostante” e comunque con la visione olistica e sistemica che vedremo, non c’è motivo per escludere qualunque entità naturale dall’essere soggetto etico e giuridico.
Anche per l’ecologia di superficie, cominciamo allora a vedere che cosa significa “etica ambientale”. Essa è stata definita come l’insieme dei princìpi che regolano il rapporto tra l’uomo e l’ambiente: princìpi che determinano specifici doveri a carico dell’uomo. Per mondo naturale si intende “l’intero complesso degli ecosistemi naturali del nostro pianeta, assieme a tutte le popolazioni animali e vegetali che compongono le comunità biotiche dei singoli ecosistemi”. E’ chiaro dunque che parlando di tutela delle specie in via di estinzione si parla necessariamente anche della conservazione dell’ambiente in generale; anche perché purtroppo le specie minacciate non sono poche, non si limitano a qualche uccello esotico, qualche grosso carnivoro o ad animali dalla pelliccia particolarmente pregiata o ad altri casi sporadici del genere. Si parla ormai di migliaia di specie animali e vegetali scomparse nel corso degli ultimi anni, e di decine di migliaia in immediato pericolo di estinzione. Si arriva ad ipotizzare la loro scomparsa nell’immediato futuro al ritmo di una all’ora. E’ difficile quantificare in maniera precisa, ma è evidente che ci troviamo di fronte ad un fenomeno di dimensioni tali da coincidere, in definitiva, con la sparizione stessa del mondo naturale.

L’illusione dei due sistemi
Il nostro mondo occidentale è quasi sempre spaccato in due in tutti i campi, date le sue premesse. Facciamo qualche esempio accennando alla sostanziale uguaglianza di atteggiamento verso la Natura di alcune correnti di pensiero che si credono “opposte”, ma nascondono in realtà le stesse concezioni di fondo.
Sia il dualismo metafisico credente-ateo sia quello economico capitalismo-collettivismo non sono rilevanti agli effetti del problema ecologico. Tutte le parti dicono di “difendere la natura” e accusano il polo “opposto” di essere la causa del male. Fino a qualche anno fa una fetta dell’Occidente ha sbandierato l’illusione che il dramma ecologico fosse dovuto al profitto, pur avendo il materialismo e il progresso addirittura come valori assoluti e metafisici. 
Per portare un esempio pratico, è nota la disastrosa situazione ambientale degli ex-Paesi socialisti: il prosciugamento del lago d’Aral e le sue drammatiche conseguenze, l’inquinamento del lago Bajkal, i folli piani di alterazione planetaria programmati per i fiumi siberiani.
I detentori della cultura occidentale a Ovest hanno sterminato gli amerindiani, a Est hanno distrutto tutte le culture asiatiche e artiche. L’Occidente ha mostrato lo stesso volto a Est e a Ovest, verso la Natura come verso le altre culture umane.
Non si capisce che differenza comporti - anche sul piano teorico - il fatto di perseguire “lo sviluppo” per ottenere il profitto o per avere i risultati previsti nel piano quinquennale.
L’obiettivo primario è in entrambi i casi l’espansione economica, che porta inevitabilmente con sé la distruzione della Natura. Il problema nasce dai fondamenti della civiltà industriale e non dai dettagli del sistema economico.
Ad esempio, è assai riduttivo pensare che la distruzione della foresta amazzonica o della taiga siberiana sia dovuta “alle multinazionali” o ai governi brasiliano o russo. La realtà dei fenomeni è che si tratta della continuazione di quel processo con il quale l’Occidente divora la Terra e distrugge le civiltà tradizionali già da alcuni secoli.
Non possiamo cavarcela dando “la colpa” a qualcuno.
La causa è il concetto stesso di espansione economica, pilastro su cui poggia la nostra civiltà attuale.
Anche l’opposizione credente-ateo non ha differenze sostanziali, come vedremo più diffusamente nei capitoli successivi.
Ogni movimento ecologista che derivi da concezioni marxiste, cattoliche o protestanti rientra nella categoria dell’ecologia di superficie. Tali posizioni sono figlie dell’Occidente, danno grande valore all’uomo e alla “storia” e hanno come mito il “progresso”.
Come sottofondo metafisico, queste concezioni ritengono che l’universale (cioè la “materia” o il “mondo fisico”) sia una specie di orologio che l’uomo, unico essere diverso, può e deve modificare a suo vantaggio.
Il fatto di ritenere che esista un Orologiaio (il Dio dell’Antico Testamento) oppure che non esista (materialismo) provoca differenze ben poco rilevanti. Con entrambe le posizioni ci si comporta nei confronti della Natura pressochè allo stesso modo. Da una parte si ritiene che il diritto-dovere di modificare il mondo provenga da Dio, dall’altra da una specie di “merito selettivo” che ci ha resi, in sostanza, gli unici detentori di “spirito”; ma gli effetti sono praticamente gli stessi. 
Entrambe le posizioni si ispirano alle concezioni filosofiche del pensatore francese del Seicento René Descartes, comunemente noto con il nome di Cartesio, oltre che all’idea esasperata di dominio dell’uomo sulla Natura, propria del filosofo inglese Bacone, tanto per fare solo qualche esempio.
Nell’immaginario dell’Occidente, l’Universo è un’enorme, complicatissima Macchina smontabile, con l’optional del Grande Ingegnere.
Quasi tutti i movimenti ecologisti oggi esistenti, essendo figli della cultura occidentale e della sua concezione del mondo, si ispirano ai princìpi qui accennati: del resto, se così non fosse, probabilmente avrebbero un sèguito numerico minore.
Questa posizione assomiglia abbastanza all’idea di un organismo visto come “ambiente” delle cellule nervose o di qualsiasi organo considerato come centrale (l’uomo): questo organo, o gruppo di cellule, avrebbe il diritto di modificare il corpo, tenendolo vivo, per trarne vantaggio, cioè per ottenere la sua espansione equilibrata e il suo sviluppo.
Poiché l’ecologia di superficie si inquadra nel pensiero generale dell’Occidente, non viene messa in dubbio l’idea che l’aspirazione logica di ogni individuo e di ogni collettività sia “l’affermazione” o “il successo”. In sostanza, tutto può continuare come prima, installando filtri e depuratori e salvando qualche isola di Natura in giro per il mondo.
Dall’ecologia di superficie viene anche l’illusione dello “sviluppo sostenibile”, locuzione che suona come “salita in discesa” o “pioggia asciutta”, avendo in sé una contraddizione di termini.
L’unica conclusione evidente ma che non viene detta perché è intollerabile alla civiltà occidentale (non volendo modificarne le premesse) è che lo sviluppo non è sostenibile, è un fenomeno impossibile sulla Terra, è incompatibile con il sistema biologico globale.
Cullarsi nell’illusione che stiamo per scoprire la via dello sviluppo sostenibile può essere pericoloso. E’ invece perfettamente lecito parlare di “società sostenibile”, intendendosi come tale un sistema in equilibrio dinamico, cioè senza alcuna crescita materiale permanente. 
Infine, anche questo pensiero, di provenienza amerindiana, fa parte dell’ecologia di superficie:

Quando l’ultimo albero sarà stato abbattuto, l’ultimo fiume avvelenato e l’ultimo pesce pescato, vi accorgerete che non si può mangiare il denaro depositato nelle vostre Banche. (5)

Qualche nota dall’immaginario
Se leggiamo qualche anticipazione romanzesca o cinematografica, notiamo un grado di angoscia maggiore nei racconti ambientati in un mondo immaginato come estrapolazione degli andamenti attuali rispetto a quelli in cui il mondo ha subìto un collasso che ha arrestato i fenomeni di oggi, e quindi si trova nel “giorno dopo” di un evento traumatico.
Nei primi si trovano distese di deserti al posto di foreste, il caldo è soffocante, l’acqua è rara e accaparrata dai ricchi, le specie sono poche, c’è rassegnazione e c’è il consumo “obbligatorio”.
Nei secondi si può contare sulla rinascita di un mondo cambiato, c’è almeno la speranza. La vita può riprendersi, anche se ha bisogno di tempi lunghi.
Anche nell’immaginario gli ottimisti sono coloro che prevedono la fine della civiltà industriale, o un cambiamento radicale dei paradigmi di pensiero e quindi dei modi di vivere.
Infine, una nota dall’antropologo:

Forse bisogna cercare nella natura, attorno a noi, la spiegazione del destino dell’Occidente e anche i presagi per il nostro avvenire.
I lemmings sono piccoli roditori del Nord-Europa e dell’Asia simili ai nostri topi campagnoli. In determinati periodi essi abbandonano le Alpi della Scandinavia in gruppi numerosi, come guidati da un misterioso suonatore di flauto, e si dirigono verso il mare del Nord o il Golfo di Botnia. Lungo questo tragitto, che è il loro senso della storia, essi subiscono gli attacchi dei carnivori o degli uccelli predatori che li distruggono a migliaia. Malgrado tutto, essi proseguono la loro strada e, raggiunta la meta, si gettano nel mare e vi annegano.
Le cavallette hanno anch’esse un simile senso della storia. Molte specie, tra cui la Locusta migratoria, vivono nella natura senza commettere danni: gli individui sono solitari e sparsi. A un determinato momento, per una ragione ancora sconosciuta, queste specie pullulano; le giovani cavallette che nascono e crescono in popolazioni fitte hanno colore e forma diversi: sono più grandi e di colore più chiaro, spesso di un bel verde.
I naturalisti ne hanno fatto una specie diversa: la Locusta gregaria. Esse si riuniscono in gruppi numerosi e, quando sono adulte, se ne volano tutte assieme, costituendo quelle nuvole di cavallette che i contadini del Mediterraneo temono moltissimo; esse avanzano a balzi enormi, nella stessa direzione inesorabile per molti giorni. Possono devastare ogni vegetazione in poche ore, o abbattersi su una steppa per marcirvi in mucchi al sole oppure precipitarsi a nugoli nel mare.
Che cosa potrebbero dire i lemmings se potessero scrivere la storia di una delle loro migrazioni? “Siamo in marcia verso un felice domani, la nostra nazione fortemente strutturata cresce di ora in ora, e nonostante vari attacchi, progrediamo nella stessa direzione, conservando la nostra organizzazione che, sola, permette all’individuo di marciare verso quel progresso che intravediamo già, tutto azzurro, ai piedi delle montagne”.
Le cavallette intonerebbero un canto di trionfo: “Noi procediamo in avanti. L’universo potrà nutrirci per un secolo, poiché siamo in via verso la “planetizzazione” della nostra specie”.
La storia ha un senso per le cavallette, per i lemmings e per la civiltà occidentale: essa sfocia in un suicidio collettivo, prima della “planetizzazione” di una specie. Ogni individuo vede però in questo slancio ultimo una marcia verso una situazione migliore. Più i lemmings si allontanano dal punto di partenza, dicono i naturalisti, più sono eccitati; nulla li può fermare; davanti a un ostacolo sibilano e digrignano i denti per la collera.
Anche noi, ben lontani ormai dalle nostre origini, sentiamo profondamente che nulla deve intralciare la nostra marcia verso ciò che chiamiamo il Progresso.
Noi infatti, uomini dell’Occidente, non facciamo altro che correre verso il mare, verso la morte, in file serrate. A ogni guerra, il vortice in cui siamo afferrati si inabissa sempre più, aumentando il nostro progresso materiale, sminuendo i nostri ultimi valori spirituali, annientando l’umanità fin nel cuore dell’uomo.
L’orgoglio ci fa vedere in questa caduta il desiderato compimento della nostra esistenza terrena. Come il Principe di questo Mondo, l’Occidente attira a sé l’umanità intera, promettendo i beni materiali e la conoscenza delle tecniche ma incatenandola per sempre, sostituendo ogni pensiero con l’eterno desiderio, per meglio trascinarla con sé.
La scena della tentazione si rinnova ogni volta che l’Occidente incontra una civiltà tradizionale. Ogni volta degli uomini prendono coscienza della propria nudità, del proprio sottosviluppo materiale. Con i fianchi cinti di cotonina, devono lavorare fino al limite delle loro forze e, quando il sudore della fronte non basta più, devono dare l’equilibrio della propria anima e tutta l’armonia del mondo. Allora l’Occidente trascina nella propria caduta un nuovo dannato, mentre si chiudono le porte di un paradiso, perduto una volta di più.
Se la civiltà occidentale scomparisse, l’umanità non ne sarebbe colpita, poiché già da molto tempo non è più solidale con essa: un impero avrà finito di esistere, aggiungendo ad altre rovine quelle del proprio orgoglio. I nostri monumenti saranno altrettanti enigmi per gli archeologi del futuro, perché sembrerà strano che degli uomini abbiano fatto costruzioni con il solo scopo di ammassare vertiginosamente dei materiali, senza cercare di rinchiudervi, con la chiave del loro pensiero, i numeri dell’universo. 
I popoli che ci rimpiazzeranno parleranno forse di castigo divino, senza immaginare che siamo stati noi i giudici e i carnefici di noi stessi, scrivendo ognuna delle lettere della nostra condanna con le conseguenze di ciascuno dei nostri atti. (6)

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Note al capitolo 2
(2)-L’aneddoto riportato si trova, con qualche variante di dettaglio, in molti testi di matematica e di dinamica della popolazione (cfr. quelli di P. e A. Ehrlich) come esempio divulgativo di andamento esponenziale.
(3) millesimo di millimetro
(4) D. e D. Meadows – Oltre i limiti dello sviluppo – Ed. Il Saggiatore, 1993.
(5) Questa espressione di un nativo amerindiano è stata pubblicata sulla rivista “Il Panda” del W.W.F. italiano ed è riportata anche in un numero del periodico “Notizie Verdi”.
(6) Jean Servier - L’uomo e l’Invisibile – Ed. Rusconi, 1973

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3 – L’ECOLOGIA  PROFONDA

   La presunta mancanza di diritti negli animali, l’illusione che le nostre azioni verso di loro siano senza importanza morale o non esistano doveri verso gli animali, è una rivoltante grossolanità e barbarie dell’Occidente.
Arthur Schopenhauer

   Se non si è capaci nemmeno di entrare in contatto con il proprio spirito, come si può sperare di entrare in contatto con lo spirito di un albero?
Rarihokwats

   In contrasto con la concezione meccanicistica cartesiana del mondo, la visione del mondo che emerge dalla fisica moderna può essere caratterizzata con parole come organica, olistica ed ecologica. Essa potrebbe essere designata anche come una visione sistemica, nel senso della teoria generale dei sistemi. L’universo non è visto più come una macchina composta da una moltitudine di oggetti, ma deve essere raffigurato come un tutto indivisibile, dinamico, le cui parti sono essenzialmente interconnesse e possono essere intese solo come strutture di un processo cosmico.
Fritjof Capra

   Riferire tutti i giudizi di valore all’umanità è una forma di antropocentrismo filosoficamente indifendibile.
Arne Naess

   Questo mondo è davvero un essere vivente fornito di anima e di intelligenza…un unico vivente visibile, contenente tutti gli altri viventi, tutti quanti per natura gli sono congeneri...
Platone

Dio dorme nella pietra,
sogna nel fiore,
si desta nell’animale,
sa di essere desto nell’uomo.
(proverbio asiatico)


Premesse
In questo capitolo cercherò, per quanto possibile, di uscire dalle concezioni generali della nostra cultura: userò dunque espressioni verbali un po’ diverse da quelle correnti. Non bisogna sottovalutare il sottile potere della parola nel trasmettere e perpetuare i concetti. (7)
Questo capitolo è comunque un’estensione del precedente, con il quale non è in antitesi, perché le motivazioni ivi accennate restano valide. Se ne aggiungeranno altre, che si inquadrano in una diversa visione del mondo, nella quale gli atteggiamenti ecologisti assumono una connotazione metafisica, che va ben oltre a semplici considerazioni di utilità, opportunità ed estetica.

Fondamenti dell’ecologia profonda
Nell’impostazione di pensiero dell’ecologia profonda, la nostra specie non è particolarmente privilegiata. Gli esseri viventi e gli ecosistemi, come tutti gli elementi del Cosmo, hanno un valore in sé. Tutta la Natura ha un valore intrinseco e unitario, così come ha un valore in sé ogni sua componente, formatasi in un processo di miliardi di anni. La specie umana è una di queste componenti, uno dei rami dell’albero della Vita.
Quindi, anziché parlare di “ambiente” come se la Natura fosse un palcoscenico delle azioni umane, si useranno espressioni come “il Complesso dei Viventi”:
- “impatto ambientale” diventerà “alterazione apportata al Complesso dei Viventi”;
- i “difensori dell’ambiente” diventeranno “persone preoccupate della salute, dell’armonia e dell’equilibrio psicofisico del Complesso dei Viventi”.
Il mondo naturale non è “patrimonio di tutti”, ma è ben di più: è di miliardi di anni anteriore alla nostra specie. Se proprio si vuol parlare di appartenenza, è l’umanità che appartiene alla Natura e non viceversa.
Invece di ambizione, successo, affermazione personale (o di gruppo, o di specie), saranno considerati valori la conoscenza, la serenità mentale, l’attenuazione dell’ego e la percezione: in definitiva una sorta di identificazione con la Mente Universale, di sintonia con il ritmo vitale cosmico.
In questo quadro l’idea occidentale-biblica sulla posizione umana appare più o meno come un curioso delirio di grandezza.
Mentre nell’ecologia di superficie la Terra va rispettata perché è di tutte le generazioni presenti e future, nell’ecologia profonda la specie umana non è depositaria né proprietaria di alcunchè. Questa idea ricorda la risposta di Nuvola Rossa agli invasori europei che volevano comprare la parte migliore del territorio Lakota e Oglala: “La terra è del Grande Spirito; non si può vendere né comprare”. E’ un peccato non conoscere le lingue amerindiane, perché probabilmente il significato reale era “la terra è il Grande Spirito”. Naturalmente i bianchi occuparono quelle terre con la violenza.
Anche l’idea di “progresso” sottintende una determinata concezione culturale ed una certa visione della storia che non sono condivise da tutta l’umanità. Gran parte delle culture umane sono vissute nella Natura senza preoccuparsi del progresso e della storia. Anche se niente è statico, tutto è dinamico e fluttuante, questo non significa che siano necessari i concetti di progresso e regresso: il miglioramento o il peggioramento si riferiscono solo a parametri e valori propri di un particolare modello e non hanno alcun significato universale.
Il concetto di progresso è un’invenzione dell’Occidente per distruggere le altre culture umane e restare l’unica cultura del Pianeta: ha senso soltanto se si prende a riferimento una particolare scala di valori, che è sempre relativa ed arbitraria.
Il termine “sviluppo” significa in realtà il grado di sopraffazione della nostra specie sulle altre specie e della civiltà industriale sulle altre culture umane.
Invece nell’ecologia profonda non esiste alcun modello privilegiato. Sono valori “in sé” l’equilibrio globale e la varietà e complessità delle specie viventi, degli ecosistemi e delle culture. I termini “crescita” e “diminuzione” sono complementari, in equilibrio dinamico, senza connotazioni positive o negative.
Di conseguenza i concetti di risorse e rifiuti non sono necessari: essi presuppongono infatti l’idea che si eseguano processi o modifiche tali da prelevare qualcosa di fisso - le risorse - e scaricare qualcos’altro - i rifiuti, il che significa un funzionamento non-ciclico, incompatibile con la condizione di equilibrio.
Con queste premesse la cosiddetta “produzione” è - in ultima analisi - una produzione di rifiuti. Lo stesso termine “civiltà” è inutile e pericoloso, perché sottintende un giudizio di merito basato su una scala di valori particolare, considerata ovvia. 
“Civile” significa oggi infatti “conforme ai princìpi dell’Occidente” e niente di più. Non c’è nessun motivo per considerare la civiltà occidentale migliore della civiltà degli Yanomami, dei Papua, degli Eschimesi, dei Dogon, o delle mille altre culture comparse sulla Terra. Allo stesso modo nell’ecologia profonda non ha alcun senso parlare di specie “utili”, “nocive” o “innocue”, in quanto qualunque cosa si trovi in Natura ha la sua giustificazione in sé stessa e nel Complesso cui appartiene. Non deve servire a qualcuno o a qualcosa.
In sostanza nell’ecologia profonda il concetto di “ambiente” viene superato per lasciare posto alla percezione di far parte di una Entità psicofisica molto più vasta, cioè della Natura, che si manifesta nella massima varietà ed armonia, nel più grande equilibrio dinamico delle specie; è un sistema autocorrettivo dotato di Mente.
Per usare le parole di Fritjof Capra:

La nuova visione della realtà è una visione ecologica in un senso che va molto oltre le preoccupazioni immediate della protezione dell’ambiente. Per sottolineare questo significato più profondo dell’ecologia, filosofi e scienziati hanno cominciato a fare una distinzione fra “ecologia profonda” e “ambientalismo superficiale”. Mentre l’ambientalismo superficiale è interessato ad un controllo e ad una gestione più efficienti dell’ambiente naturale a beneficio dell’”uomo”, il movimento dell’ecologia profonda riconosce che l’equilibrio ecologico esige mutamenti profondi nella nostra percezione del ruolo degli esseri umani nell’ecosistema planetario. In breve, esso richiederà una nuova base filosofica e religiosa. (8)

Alcuni aspetti della crisi attuale
Nell’ecologia profonda non si tratta di “coniugare sviluppo e ambiente” ma di rendersi conto che il dramma ecologico è nato nella civiltà industriale e ha invaso il mondo al seguito della tumultuosa espansione di questo modello. Il mito dell’industrializzazione è sorto nella cultura occidentale solo due o tre secoli orsono.
Il problema non è soltanto pratico, ma soprattutto filosofico. Infatti, solo come esempio, le scoperte pratiche fondamentali per “far partire” la tecnologia erano già note nella cultura cinese da diversi secoli. Ma in Cina non hanno fatto nascere il processo di industrializzazione, che vi è stato importato solo in tempi molto recenti, di ritorno dall’Occidente. Evidentemente il sottofondo del pensiero cinese - ispirato in gran parte alle filosofie del Tao e del Buddhismo – non poteva indirizzare quelle conoscenze sulla via poi seguita in Europa: le motivazioni sono state quindi essenzialmente culturali. La spiegazione ufficiale che gli Europei erano “più avanti” è solo un giro di parole. Anche la cultura indiana tremila anni orsono aveva concetti probabilmente più raffinati di quella europea del millecinquecento: nell’India di allora non mancava certamente la capacità di fare certe scoperte, c’era però la precisa percezione che era impossibile e inopportuno seguire una certa via.
Infatti con la concezione di un mondo fatto di polarità complementari ed equivalenti (Taoismo) o di un mondo privo di qualunque “ego” individuale o collettivo (Buddhismo) non avrebbe avuto alcun senso l’idea di “dominio” su qualcosa, come si vedrà nel Capitolo 6.
Invece il fondamento ispiratore della cultura occidentale, o ebraico-cristiana, è l’Antico Testamento, e qui va ricercata una delle cause del nostro atteggiamento verso la Natura. Ne parleremo nel prossimo capitolo.
Ma ci sono state altre evoluzioni successive, soprattutto l’estendersi nel pensiero generale della filosofia di Cartesio e della fisica di Newton, proprio nei secoli che hanno immediatamente preceduto la nascita della civiltà industriale.
Nel quinto capitolo si farà qualche cenno all’influenza di queste idee che, innestate sulle concezioni dell’Antico Testamento, hanno provocato l’attuale massiccia aggressione alla Natura, ma si tratta di idee consolidate e concretizzate nell’Ottocento e non propriamente moderne: c’è sempre una notevole inerzia fra il pensiero nascente e le concezioni di massa, quelle che determinano l’orientamento e l’azione collettivi.
Tutta la nostra cultura “ottocentesca” di oggi è permeata dall’antitesi, dalla contrapposizione con la natura: la vita è vista come “lotta contro le forze della natura”. In altre filosofie questo significherebbe “lotta contro l’Organismo al quale apparteniamo”, il che è privo di senso e causa di nevrosi e conflitti. Non per niente dove è più degradato l’ambiente c’è anche più crisi umana, con alti tassi di criminalità, psicopatie, suicidi. La divisione fra “l’uomo” e “l’ambiente” è artificiosa e fittizia.
Se le cellule del cancro potessero esprimersi, probabilmente avrebbero un’idea dello “sviluppo” assai simile a quella della civiltà industriale, che invade, rendendole uniformi, le altre specie e le altre culture umane, con andamento analogo a quello dei tumori che avanzano a spese delle altre cellule dell’Organismo, il cui comportamento si basa invece non sulla crescita permanente, ma sull’equilibrio dinamico.
Ci sono molti esempi di vita spicciola che evidenziano l’inconscio collettivo dell’attuale civiltà industriale.
Moltissime persone, se si allontanano dalle città, si preoccupano soprattutto di cose come le vipere e le frane, ma si mettono tranquillamente in autostrada. Non occorrono troppe statistiche per rendersi conto che l’automobile è migliaia di volte più pericolosa di qualunque evento naturale: non sono sufficienti sessantamila morti all’anno e un milione di feriti in incidenti stradali, solo in Europa, per percepire questo fatto.
Quanti entrerebbero nella foresta amazzonica? Eppure è evidente che è molto più pericoloso attraversare di notte qualche quartiere di New York o di San Paolo. Le nostre concezioni inconsce, cioè culturali, spingono a temere gli eventi naturali molto più di quelli dovuti alle macchine o ai nostri simili, contro ogni evidenza numerica.
Questa è una civiltà tecnologica, non scientifica: non prevale il desiderio di conoscere, ma quello di manipolare.
Inoltre, tutto ciò che tocca i fondamenti della nostra cultura non si può neanche studiare: viene semplicemente negato o accantonato e lasciato senza indagine di sorta. Ad esempio, qualunque studio su possibilità di “reincarnazione” o “rinascita”, o comunque sui fenomeni psichici in vicinanza della morte, o su interferenze o identità spirito-materia è di fatto respinto a priori dal mondo ufficiale.
I cosiddetti “movimenti per la vita” ritengono ovvio occuparsi solo della vita umana, ma non si preoccupano affatto delle torture inflitte a tante forme di vita e dello stato di salute del Complesso dei Viventi.
Nella nostra cultura avvengono le più allucinanti manipolazioni genetiche su tutte le specie viventi, con creazione di ibridi e di esseri strani: ben pochi se ne preoccupano. Invece, al solo lontano accenno di far nascere uno scimpanzè-uomo (a parte la sua impossibilità), c’è stata la sdegnata rivolta degli scienziati ufficiali. Ogni manipolazione di quel tipo è un’assurdità. Ma almeno lo scimpanzè-uomo, se lasciato libero in qualche superstite foresta o savana di questo povero Pianeta, ci avrebbe ricordato che siamo della stessa, identica natura degli altri esseri viventi.
Le basi della cultura occidentale su questo argomento sono estremamente fragili. Esseri come gli Australopiteci o l’Homo erectus si sono estinti da poche centinaia di migliaia di anni, tempo insignificante nella scala complessiva della Vita. Il fatto che questi ominidi siano estinti è del tutto contingente. Se fossero viventi, la nostra cultura, a seconda del parere di qualche istituzione, prenderebbe uno dei seguenti atteggiamenti:
- considerare la caccia a questi esseri come uno sport;
- chiudere gli ominidi nelle gabbie degli zoo;
- ripristinare la schiavitù;
- considerare l’uccisione di un ominide come omicidio volontario punibile con l’ergastolo.
E’ forse per questo che c’è sempre una sottile “paura” di trovare vivo qualche Yeti sulle pendici dell’Himalaya. Tutto per continuare a contrapporre “uomo” ad “animale”: così perdiamo di vista la spiritualità della Vita.
Ma anche se ci limitiamo alle specie ora viventi, si può notare che: più aumentano le nostre conoscenze sul comportamento dei Primati, più diminuiscono le differenze fra primati umani e non umani. Ad esempio, la differenza di informazione genetica fra la nostra specie e lo scimpanzè è dell’ordine dell’uno o due per cento.
Dall’articolo di un esperto:

I nostri parenti più stretti sono gli scimpanzè. La differenza genetica è soltanto circa dell’uno per cento. Noi siamo più strettamente simili agli scimpanzè di quanto probabilmente siano simili fra loro due rane qualsiasi che vi càpiti di incontrare.  (9

In altri termini, la cultura giudaico-cristiana non è riuscita ancora a concepire un’etica della vita e resta ancorata a una morale che si interessa esclusivamente della specie umana.
L’idea di uomo, nel pensiero dell’Occidente, è costruita in contrapposizione all’idea di animale: umanità e animalità vi appaiono come termini antitetici, sia nella concezione biblica che nell’idea scientifica di derivazione baconiana. Ma si tratta di una contrapposizione largamente mitica e scientificamente insostenibile.

Etica e diritto nell’ecologia profonda 
Gli studi di un’etica non limitata soltanto alla nostra specie e di una giurisprudenza che non veda gli umani come unici soggetti di diritto sono appena nascenti in questi ultimi anni, a parte isolate eccezioni di precursori.
Fra questi possiamo certamente ricordare Aldo Leopold che, nel suo A Sand County Almanac affermava che “una cosa è giusta quando tende a preservare l’integrità e la bellezza della comunità biotica nel suo complesso (per comunità biotica si intende il complesso di tutti gli esseri viventi e del loro habitat). Una cosa è sbagliata quando manifesta la tendenza contraria”. La concezione di Leopold è olistica, in quanto la Natura è intesa come un tutto, avente vita e valore propri.
Se sentiamo usare per elementi della Natura termini come anima, dignità, diritti, ambito morale, non dobbiamo pensare che si stia parlando in senso analogico o poetico, o che si tratti di accostamenti arditi. Oltre che più rispetto, potremmo avere nella Natura un arricchimento spirituale più completo.
“Lo spirito dell’albero, della montagna, del fiume” non sono analogie azzardate, ma rispecchiano l’anima del mondo, che era ben riconosciuta da quelle culture umane che dedicavano gran parte del tempo al magico e al sacro.
Inoltre, per confronto con le concezioni dell’ecologia di superficie, ricordiamo che rispettare il naturale non-umano solo nella misura in cui è simile a noi è una concezione ben misera del rispetto, che dovrebbe invece fondarsi su una filosofia che riconosca i diritti dei non-umani in quanto entità che ne sono degne.
Anche rispettare la foresta amazzonica perché “appartiene agli indios” è già una concezione da ecologia di superficie ed è assai riduttivo, perché ribadisce che - per l’Occidente - la Natura vale qualcosa in quanto appartiene a qualcuno. Probabilmente l’affermazione stupirebbe alquanto le culture originarie locali, per le quali risulta invece evidente il fatto che sono loro ad “appartenere” alla foresta, come totalità più grande. La foresta deve esistere integra perché ne ha il diritto etico, in quanto ha un valore in sé.

La famosa risposta del capo indiano Seattle al Presidente degli Stati Uniti (1854)
Come potete comperare o vendere il cielo,
il calore della terra?
L’idea per noi è strana.
Se non possediamo la freschezza dell’aria,
lo scintillio dell’acqua, 
come possiamo comperarli?
Ogni parte di questa terra è sacra per il mio popolo.
Ogni ago di pino che brilla, ogni spiaggia sabbiosa,
ogni vapore nelle scure foreste,
ogni radura e ronzio d’insetto
è sacro nella memoria e nell’esperienza del mio popolo.
La linfa che scorre attraverso gli alberi
porta i ricordi degli uomini…
Noi siamo parte della terra ed essa è parte di noi.
I fiori profumati sono le nostre sorelle;
il cervo, il cavallo, la grande aquila,
questi sono i nostri fratelli.
Le cime rocciose, la linfa dei prati,
il corpo caldo del cavallo, e l’uomo:
tutto appartiene alla stessa famiglia…
I fiumi sono i nostri fratelli, e ci dissetano.
I fiumi portano le nostre canoe e nutrono i nostri bambini.
Se noi vi vendessimo la nostra terra,
voi dovreste ricordare ed insegnare ai vostri figli
che i fiumi sono nostri fratelli, e vostri;
e voi dovreste d’ora in poi dare ai fiumi la gentilezza
che dovreste dare ad ogni fratello…
non c’è nessun posto tranquillo nelle città dell’uomo bianco.
Non c’è nessun posto
per udire il dispiegarsi delle foglie in primavera,
o il frusciare delle ali di un insetto.
Ma forse c’è, perché io sono un selvaggio e non capisco.
Solo il fracasso sembra un insulto all’udito.
E che cosa è vivere
se un uomo non può udire il lamento di un caprimulgo
o le conversazioni delle rane intorno ad uno stagno di notte?
Io sono un pellerossa e non capisco.
L’indiano preferisce il soffice suono del vento
che vibra sulla superficie dello stagno, 
e l’odore del vento, pulito da una pioggia del mezzogiorno,
o profumato dall’odore del pino.
L’aria è preziosa per il pellerossa,
poiché tutte le cose hanno lo stesso respiro;
l’animale, l’albero, l’uomo,
condividono insieme lo stesso respiro.
L’uomo bianco non sembra accorgersi dell’aria che respira.
Come un uomo morente,
per molti giorni, è insensibile al fetore.
Ma se noi vi vendessimo la nostra terra,
vi dovreste ricordare che l’aria è preziosa per noi,
che l’aria condivide il suo spirito con ogni vita che sostiene.
Il vento che fu dato a nostro nonno al suo primo respiro
ha anche accolto il suo ultimo respiro.
E se noi vendessimo la nostra terra,
dovreste tenerlo a parte in un posto sacro,
come un luogo dove anche l’uomo bianco può andare
per sentire il vento addolcito dai fiori del prato.
A queste condizioni noi considereremo la vostra offerta
di comperare la nostra terra.
Se noi decidessimo di accettare, io porrei una condizione:
che l’uomo bianco deve trattare gli animali di questa terra
come suoi fratelli…
Cosa è l’uomo senza gli animali?
Se tutti gli animali se ne andassero,
l’uomo morirebbe per la grande solitudine dello spirito.
Poiché qualsiasi cosa accada agli animali,
presto accade all’uomo.
Tutte le cose sono collegate.
Potreste insegnare ai vostri bambini
Che la terra sotto i loro piedi è la cenere dei nostri nonni.
Affinchè loro rispettino la terra,
dite ai vostri bambini
che la terra è ricca delle vite dei nostri amici.
Insegnate ai vostri bambini
quello che noi abbiamo insegnato ai nostri,
che la terra è nostra madre.
Qualsiasi cosa accade alla terra, accade ai figli della terra.
Se gli uomini sputano sulla terra, sputano su sè stessi.
Questo noi lo sappiamo: la terra non appartiene all’uomo;
l’uomo appartiene alla terra.
Questo noi sappiamo.
Tutte le cose sono collegate
come il sangue che unisce una famiglia.
Tutte le cose sono collegate.
Qualsiasi cosa accada alla terra, accade ai figli della terra.
L’uomo non ha intrecciato il tessuto della vita:
egli è semplicemente un filo di essa.
Qualsiasi cosa faccia al tessuto, la fa a sè stesso…
Possiamo essere fratelli, dopo tutto. Vedremo.
C’è una cosa che noi sappiamo,
e che l’uomo bianco un giorno scoprirà:
il nostro Dio è lo stesso.
Potete pensare ora che il vostro “Lui” come voi
desideri possedere la nostra terra; ma non è possibile.
Egli è il Dio dell’uomo e la Sua compassione è uguale
sia per il pellerossa che per l’uomo bianco.
Questa terra per lui è preziosa,
e danneggiare la terra è disprezzare il suo Creatore.
Anche l’uomo bianco passerà.
Ma nella vostra discesa brillerete luminosamente,
infuocati dalla forza di Dio che vi ha portati in questa terra
e per qualche scopo speciale
vi ha dato dominio su questa terra e sopra l’uomo rosso.
Questo destino è un mistero per noi,
poiché non capiamo quando i bufali
vengono completamente massacrati,
i cavalli selvaggi sono addomesticati,
gli angoli segreti della foresta sono appesantiti
con l’odore di molti uomini
e la vista delle colline in fiore
rovinata dai fili del telegrafo.
Dov’è il boschetto? E’ andato.
Dov’è l’aquila? E’ andata.
La fine della vita è l’inizio della sopravvivenza.   (10)

Qualche esempio
Per richiamare la differenza fra ecologia di superficie ed ecologia profonda riprendiamo, per esempio, il problema delle foreste:
- l’ecologia di superficie vuole salvare le foreste perché senza di esse l’umanità non può vivere e l’atmosfera terrestre ne resta alterata;
- l’ecologia profonda vuole salvare le foreste, oltre che per la ragione precedente, perché sono sacre, sono una mente: la foresta è soprattutto un’entità spirituale.
Alcune culture amazzoniche avevano l’albero cosmico, attorno al quale si organizzava l’universo, fisico e metafisico.
  Oggi l’umanità occidentalizzata è sempre più chiusa in sé stessa: l’antropocentrismo non riesce più a vedere, al di fuori dell’uomo, altro che oggetti. Un tempo, la natura aveva un significato che ognuno percepiva nel suo intimo, nel suo inconscio. Persa questa percezione, l’uomo distrugge la natura e con ciò si condanna.
Naturalmente pensieri di ecologia profonda sono prodotti anche nella nostra cultura, come quelli scritti dalla ineguagliabile penna di Ceronetti:

Ci sono degli eroi, gli eroi continueranno ad esserci sempre, qualcuno che va a coprirsi di piaghe per versare sabbia sul reattore di Cernobil, o gli impressionanti pompieri del Golfo che in un anno sono riusciti a spegnere i pozzi gettati da Saddam all’attacco della biosfera, o i Chico Mendès uccisi dai rami di foreste condannate che si convertono in pistole assassine, o quelli di Greenpeace che sfidano radiazioni, odii e botte per documentare i crimini ambientali dei governi: ma tutti questi eroi sono figli dei disastri, il loro numero aumenterà soltanto in proporzione ai disastri, una vocazione eroica non chiama che dal dolore e dal fuoco…
Gli altri sono autori o complici dei disastri, siamo qualche miliardo su questo piatto della bilancia, e tutti abbiamo lasciato fare, anzi siamo tuttora in qualche modo tutti sterminatori attivi di terra-madre, deicidi di Cibele, pur d’ingozzarci di consumi che sono chiodi piantati nella carne della vita… E basta accennare a ridurli perché si sfreni il panico: Borse con l’infarto, folle imbestialite, il muraglione vacuo delle proteste cieche.
…Le devastazioni etiche e mentali prodotte da dollari-macchine-medicina nell’oscura substantia umana, sono molto più da considerare di qualsiasi ristagno di un’economia che porta in sé, nella sua fatale idolatria della percentuale e dell’espansione, il genio intero, vergine, della distruzione.  (11)

Ricordiamo comunque che l’ecologia profonda - come filosofia di vita – non è nata negli anni Settanta dalle idee di Arne Naess o da qualche movimento di minoranza di oggi: da tremila anni in India, e da tempi ancora più lunghi in tante culture animiste, idee ben diverse da quelle che hanno poi foggiato la civiltà occidentale avevano avuto modo di diffondersi nella mente collettiva, come dimostrano questi pensieri, tratti da antichi testi indiani: “Ogni anima va rispettata e per anima si intende ogni ordine, ogni vitalità che la sostanza possa assumere: il vento è un’anima che si imprime nell’aria, il fiume un’anima che prende l’acqua, la fiaccola un’anima nel fuoco, tutto questo non si deve turbare”. In uno dei sutra si loda chi non reca male al vento perché mostra di conoscere il dolore delle cose viventi e si aggiunge che far danno alla terra è come colpire e mutilare un vivente.
Anche nel nostro mondo classico ci sono state voci in tal senso, come Pitagora, ma la corrente principale dell’Occidente ha condotto all’attuale mentalità antropocentrica e materialista, ha portato l’odierna civiltà industriale, e con essa l’inquinamento, la deforestazione, l’esplosione demografica, la denutrizione, la tossicodipendenza e la criminalità.
     La nostra società è incapace, per numerose ragioni, di risolvere questi problemi.
La prima ragione dipende dal nostro sapere frammentato in discipline e compartimenti stagni e dalla metodologia riduzionistica della scienza ufficiale, entrambi fattori che concorrono a farci vedere i nostri problemi isolati l’uno dall’altro.
Un’altra ragione è quella di considerare i problemi alla luce della brevissima esperienza della nostra civiltà industriale, una frazione minima dell’esperienza umana complessiva sul nostro pianeta.
Ma forse la ragione principale è che dovremmo affrontare la conclusione inaccettabile che i nostri problemi sono inevitabili fattori concomitanti di quello che siamo abituati a chiamare “progresso”, e che quindi possono essere risolti soltanto invertendo questo tipo di sviluppo: “ponendo il progresso all’opposizione”.
Deve perciò essere trasformato il nostro sistema politico-economico e, per applicare soluzioni reali, è necessario allora individuare quali siano state le caratteristiche principali delle società tradizionali del passato che si dimostrarono capaci, per migliaia di anni, di evitare di creare i terribili problemi che ora ci troviamo di fronte.
Postulare una società ideale per la quale non ci siano precedenti nell’esperienza umana, come hanno fatto molti dei nostri teorici della politica, è molto simile a postulare una biologia alternativa senza riferimento alle strutture biologiche del tipo di quelle che finora si sono dimostrate vitali. 
Non si vuole sterilmente cercare di riproporre il passato, ma per individuare le caratteristiche indispensabili di società stabili e capaci di risolvere i problemi attuali dobbiamo trarre ispirazione dalle società tradizionali del passato.

Da un essere vivente lontano da noi
Quando un’ape trova una fonte di nettare, ritorna all’alveare e comunica alle altre api la sua scoperta spiegando dove si trova la fonte di cibo, attraverso la cosiddetta “danza”, cioè formando in volo una figura composta da una circonferenza e da un suo diametro. In questa danza: 
- l’angolo formato dal diametro percorso con la direzione del sole è funzione della direzione dei fiori;
- il valore del raggio della circonferenza è proporzionale alla distanza dei fiori.
In altre parole, l’ape fornisce alle sue compagne la posizione dei fiori in coordinate polari. Dopo questa comunicazione, le altre api sono in grado, da sole, di trovare facilmente i fiori e quindi il nettare.
Resta aperta ogni considerazione sul significato di questo fatto: se cioè le api siano in grado di “misurare” le distanze e gli angoli, anche in rapporto al nostro concetto di misura. Probabilmente questa constatazione, dati anche i suoi aspetti geometrici, avrebbe fatto felice Pitagora.
     Ma forse potremmo capire qualcosa di più se avessimo un concetto sistemico della mente, come accenneremo nel capitolo 7 riportando qualche pensiero di Bateson.

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Note al Capitolo 3

(7) Si eviterà l’espressione “l’uomo” per indicare in generale la specie umana, in quanto la stessa parola è usata anche per indicare il maschio. Infiniti sono i modi con i quali si insinua inconsciamente la volontà di escludere la donna da quella parità totale di partecipazione e di attività che dovrebbe risultare ovvia a qualunque essere pensante.
(8) Fritjof Capra – Il punto di svolta – Ed. Feltrinelli, 1984.
(9) Da una risposta del Dr. Milford Wolpoff riportata nell’articolo The Search for Modern Humans  di J. Putman- National Geographic, ottobre 1988.
(10) Questo è il discorso pronunciato dal Capo indiano Seath, meglio conosciuto come Capo Seattle, durante l’assemblea tribale del 1854, in preparazione dei trattati fra il governo federale e le tribù indiane dell’Oregon e dello stato di Washington, in cui le autorità federali promettevano una riserva, rendite e servizi in cambio di cessioni di terra. Capo Seattle parlò sempre nella sua lingua nativa Duvamish e il Dott. Smith, che prese nota del suo discorso, insistè molto nel dire che il suo inglese era inadeguato per rendere nella traduzione la bellezza del pensiero e dell’immaginazione di Seattle. Infatti ogni lingua riesce ad esprimere appieno solo la visione del mondo della cultura che l’ha prodotta.
Il discorso di Seattle è riportato in molte pubblicazioni riguardanti l’ecologia o le popolazioni native. Questa traduzione è stata pubblicata sul periodico Paramita n. 42, aprile-giugno 1992, con il titolo Questa terra è sacra.
(11) Guido Ceronetti – Clinton, così non salverai la Terra Madre, pubblicato sul Corriere della Sera del 23 novembre 1992.


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4 – IL MITO DELLE ORIGINI - OMISSIS

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5 – IL MATERIALISMO E LO SVILUPPO

La mentalità cinese antica contempla l’Universo in maniera paragonabile a quella del fisico moderno, il quale non può negare che il suo modello dell’Universo è una struttura decisamente psicofisica.
Carl Gustav Jung

Questa volontà di acquisire beni materiali fa comparire in Occidente uno strano ideale sociale, sconosciuto nel resto dell’umanità: l’uomo competitivo, aggressivo, “duro negli affari”, cioè senza scrupoli né compassione, l’unico capace di “riuscire” in una civiltà da preda.
L’Occidente, responsabile di questo ideale sociale, si considera isolato, il termine ultimo in tutti i campi. Per l’occidentale l’umanità non è che un’accozzaglia di “popoli sottosviluppati” oppure “in via di sviluppo”, che hanno cioè la lontana speranza di uguagliare un giorno il prestigioso uomo bianco.
Jean Servier

Quando il grande Tao si perde, allora spuntano benevolenza e rettitudine.
Quando appaiono saggezza e sagacia, allora c’è grande ipocrisia.
Quando i rapporti familiari non sono più armoniosi, allora abbiamo figli pietosi e genitori devoti.
Quando una nazione è in preda al disordine, allora si riconoscono i patrioti.
Dove c’è il Tao, c’è equilibrio. Quando si perde il Tao, allora nascono tutte le differenze.
Lao Tze


Premesse
Non credo che l’attuale modo di vivere dei popoli di cultura occidentale sia nato soprattutto da decisioni “pratiche”: è stato piuttosto l’affermarsi di un modo di pensare che ha causato il sorgere di un modo di vivere.

Cartesio – Bacone – Locke
Il quadro concettuale dominante nella cultura europea fino al Seicento aveva tutte le premesse per iniziare una sistematica distruzione della Natura, ma mancava ancora qualcosa: il potere tecnico.
         La spinta decisiva per entrare in possesso di tale potere è venuta dalla diffusione del pensiero di Cartesio, Bacone, Locke ed alcuni altri e dalla sistemazione delle scienze fisiche ad opera di Newton. La causa principale sono state le idee di Cartesio.
Quando le concezioni del pensatore francese, forse anche sull’onda di alcune felici intuizioni matematiche, si sono fatte strada nelle menti dell’Occidente, ecco formarsi il più espansivo e distruttivo modello culturale mai apparso sul Pianeta: la civiltà industriale. E con essa è scoppiato il dramma ecologico.
Come noto, nel pensiero cartesiano vi è una netta distinzione fra lo “spirito” e la “materia”: l’uomo è l’unico essere dotato di spirito. Tutto il resto, vivente o non vivente, è solo materia bruta, quindi manipolabile senza conseguenze e senza problemi morali. Così la fisica di Newton poteva rivolgersi a sistemare il mondo della materia che diveniva una specie di gigantesca Macchina, retta da rigide leggi meccaniche.
Il meccanicismo, nato in tal modo, ha guidato la scienza ufficiale fino al ventesimo secolo ed è la base dell’attuale pensiero corrente delle genti di cultura occidentale: da questo sottofondo è sorta la civiltà industriale.
Si noti che nella più famosa relazione matematica di Newton, cioè la formulazione del secondo principio della dinamica (F=m.a) viene cartesianamente affermato che la massa (materia) è inerte e che la forza che la fa muovere proviene dall’esterno, causando implicitamente la fine di ogni immanenza.
Tra i numerosi motivi di adesione alla teoria cartesiana, la considerazione dei vantaggi che ne sarebbero derivati alla fede e alla teologia non fu certamente irrilevante. La filosofia di Cartesio, con la sua radicale separazione di spirito e materia, di anima e corpo, relegava i “bruti” nel regno della materia estesa, priva di “anima”, di coscienza e di sensibilità, geometricamente quantificabile e spiegabile, in ogni sua manifestazione, con l’esclusivo ricorso a leggi meccaniche.  (20)
        Per quanto riguarda poi il pensiero di Locke, è sufficiente riportare questo brano:

A ciò si aggiunga che chi si appropria col suo lavoro della terra non assottiglia ma accresce le provvigioni comuni dell’umanità: infatti i beni atti al sostentamento della vita umana che sono prodotti da un acro di terra cintata e coltivata sono, a dir poco, dieci volte quelli forniti da un acro di terra altrettanto ricca ma lasciata incolta e comune. Perciò si può veramente dire che colui che recinta un terreno, e da dieci acri trae maggior quantità di mezzi di sussistenza di quanto potrebbe trarre da cento lasciati allo stato naturale, dona novanta acri all’umanità.  (21)

Come si vede, nessuna considerazione per tutta la vita che viene distrutta, né per la bellezza del mondo. Manca inoltre ogni forma di percezione dell’equilibrio globale e del complesso di relazioni che legano tutti gli organismi viventi.
Purtroppo siamo andati su quella strada e ancora oggi il mondo economico-industriale la pensa sostanzialmente in quel modo. Secondo il parere di Rifkin:

Rileggendo Locke oggi, si ricava la sgradevole sensazione che egli non sarebbe stato soddisfatto fino a quando non avesse visto ogni fiume della Terra sbarrato da dighe, ogni meraviglia della natura ricoperta da cartelli pubblicitari e ogni montagna ridotta in frantumi per produrre scisti bituminosi.  (22)

Locke disprezzava i nativi dell’America del Nord perché non riusciva a capire come - con tante risorse naturali a disposizione - vivessero “peggio di un bracciante inglese”. Non riusciva a vedere altro metro di misura che quello strettamente economico-monetario: considerava quindi “più felici” i salariati inglesi delle prime catene di montaggio (!) che i sereni Lakota che si godevano la natura delle grandi praterie. Era incapace di concepire scale di valori che non fossero basate sul reddito e sulla proprietà.
Da idee simili sono derivati il primato dell’economico e la visione economicistica della vita che caratterizzano la civiltà industriale.
Per quanto riguarda Bacone, è noto il fondamento del suo pensiero che indicava come unico scopo quello di dominare la natura, vista come forza contrapposta e ostile, che andava piegata ai voleri umani. Ormai, dopo Cartesio, la natura era vista come materia inerte e manipolabile.
E’ in questo periodo che inizia a prendere forma quel concetto di progresso visto come spinta “naturale” dell’umanità, considerata in marcia continua verso un futuro sempre migliore.
Anche se ora qualcuno comincia a diffidare di queste concezioni, in pratica esse sono ancora integralmente ed entusiasticamente seguite, con i risultati ben noti.

Opinioni diverse del 17° e 18° secolo
Non sono mancate - anche in quei secoli - forme di pensiero ben diverse da quelle accennate, ma sono rimaste idee di minoranza e non si sono diffuse nelle masse, non hanno influenzato il modo di vivere collettivo.
Un esempio notevole di tali concezioni di minoranza è dato da Leibniz, secondo il quale la creazione è il risultato di un’operazione mentale con cui Dio, considerati tutti i possibili mondi, avrebbe scelto quello con il maggior numero di beni e la minor quantità di mali. Per il filosofo, infatti, ogni evento particolare è inserito in una concatenazione di fatti, dove il positivo e il negativo si intrecciano, essendo tra loro consequenziali ed interdipendenti. Nel giudicare la creazione non dobbiamo guardare solo il nostro particolare interesse, poiché Dio, tenendo conto del bene generale, ha creato il migliore dei mondi possibili.
Consapevolmente critico nei confronti dei “moderni” e della dilagante interpretazione geometrico-quantitativa della natura, Leibniz concepisce la forza come l’essenza stessa della res corporea, fonte del movimento, dell’estensione, della corporeità. La nozione di “forza”, quale principio interno ai corpi, frantuma l’omogeneità della materia cartesiana, dando luogo ad una ben più dinamica intuizione. L’universo si popola così di punti inestesi ed immateriali, principi teleologici di sviluppo e di attività. Pensiero ed estensione, spirito e natura, che per Cartesio sono radicalmente distinti, trovano, in questi principi metafisici immanenti al mondo fisico, una loro linea di comunicazione.
Afferma Leibniz:

Ritengo…che gli stessi principi meccanici e le leggi generali della natura, nascano da più elevati principi, non possano essere spiegati attraverso la sola quantità o la considerazione delle verità geometriche e che in essi piuttosto inerisca alcunchè di metafisico…da riferirsi a una sostanza priva di estensione. Poiché, al di là dell’estensione e delle variazioni, è insita nella materia una forza o potenza di azione che costituisce il passaggio dalla metafisica alla natura, dalle cose materiali a quelle immateriali.  (23)

Agli automatismi cartesiani, privi di vita e di soggettività, Leibniz oppone un universo organico in ogni sua parte, disseminato di principi psichici e vitali.
    Contro la riduzione cartesiana della natura a termini intellegibili, Leibniz rivendica la profondità inesauribile di ogni individualità vivente, ma la sua filosofia è di tale portata che, come abbiamo visto, va ben oltre la critica al sistema di Descartes. (24)
La differenza fra Leibniz e Cartesio è quella fra mondo-organismo e mondo-macchina, fra mondo della complessità e mondo della schematizzazione, fra qualità e quantità, fra la bellezza-forma-vita e un mondo senza forma, opaco, inerte.
Non sono mancate pesanti obiezioni a Cartesio - su questo punto - perfino nel secolo dell’Illuminismo, come dimostrano le critiche di Voltaire all’idea degli animali-automi e come si deduce dal seguente brano di Diderot:

Vedi questo uovo? Grazie a lui si possono rovesciare tutte le scuole di teologia e tutti i templi della Terra. Che cosa è questo uovo? Una massa insensibile prima che il germe vi si sia introdotto… Come farà questa massa a passare ad un’altra organizzazione, alla sensibilità, alla vita? Col calore. Ma chi produrrà il calore? Il moto? Quali saranno gli effetti successivi di questo moto? Invece di rispondermi, siediti, e seguiamoli attimo per attimo con i nostri occhi.
Dapprima c’è un punto che oscilla, un filetto che si estende e si colora; si forma della carne, un becco, la punta delle ali, occhi, zampe che cominciano ad apparire; una materia giallastra che si divide e produce degli intestini; è un animale… Cammina, vola, si irrita, fugge, si avvicina, si lamenta, soffre, ama, desidera, gioisce; ha tutte le tue caratteristiche; compie tutte le tue azioni.
Vorresti, con Descartes, che esso sia una pura macchina imitativa? Ma ti prenderanno in giro pure i bambini e i filosofi ti replicheranno che, se quella è una macchina, tu ne sei un’altra. Se confessi che, tra te e l’animale, ci sono soltanto differenze di organizzazione, mostrerai buon senso e ragionevolezza, sarai in buona fede; ma si potrà concludere contro di te che, con una materia inerte, disposta in un certo modo, impregnata con un’altra materia inerte, con un po’ di calore e di movimento, si ottiene sensibilità, vita, memoria, coscienza, passioni, pensieri…Ascolta e avrai pietà di te stesso; capirai che, per non ammettere una supposizione semplice che spiega tutto, la sensibilità, proprietà generale della materia, o prodotto dell’organizzazione, rinunci al senso comune e ti sprofondi in un abisso di misteri, contraddizioni, assurdità.  (25)

Fra le altre opinioni “di minoranza” di quei secoli, citeremo poi quella di Giordano Bruno che, con l’espressione Mens insita rebus intendeva che la Mente è in tutti i processi, è onnipervadente: tutto è dotato di Mente. Ogni essere partecipa all’Anima universale secondo la formazione del corpo (serpente, uccello, pesce, uomo): tutti gli enti naturali partecipano di una medesima Anima.
E’ nota poi la posizione di Spinoza, che con l’espressione sive Deus sive Natura indicava che l’Entità universale poteva essere chiamata indifferentemente Dio oppure Natura.
Inoltre, già nel Cinquecento, Montaigne scriveva:

Non c’è nulla “di barbaro o di selvaggio” negli Indiani. C’è invece che: “Ognuno chiama barbarie quello che non è nei suoi usi; sembra infatti che noi non abbiamo altro punto di riferimento per la verità e la ragione che l’esempio e l’idea delle opinioni e degli usi del paese in cui siamo. Ivi è sempre la perfetta religione, il perfetto governo, l’uso perfetto e compiuto di ogni cosa”. Dunque: “Essi sono i selvaggi allo stesso modo che noi chiamiamo selvatici i frutti che la natura ha prodotto da sé nel suo naturale sviluppo: laddove, in verità, sono quelli che nel nostro artificio abbiamo alterati e distorti dall’ordine generale che dovremmo piuttosto chiamare selvatici”.
………………………………………………………
“Quando mi trastullo con la mia gatta, chi sa che essa non faccia di me il proprio passatempo più di quanto io faccia con lei?” E più oltre: “Noi non le comprendiamo più di quanto esse comprendano noi. Per questa ragione esse possono considerarci bestie come noi le consideriamo. Bisogna che osserviamo la parità che c’è fra noi. Noi comprendiamo approssimativamente il loro sentimento, così le bestie il nostro, pressappoco nella stessa misura, esse ci lusingano, ci minacciano, ci ricercano; e noi loro”.  (26)

Lo sviluppo
Dal sottofondo culturale cartesiano è nato il moderno concetto di sviluppo, di cui passeremo in rassegna alcune caratteristiche:

1 – Distruzione delle altre specie di esseri viventi

Lo sviluppo provoca estinzione di specie ed ecosistemi su larga scala. L’obiezione che ci sono sempre state estinzioni in natura non è rilevante perché l’entità e la scala dei tempi sono completamente diverse. Il cambiamento degli ecosistemi e le estinzioni per cause naturali avvengono in genere su un arco temporale dell’ordine del milione di anni. Anche le teorie sull’estinzione dei dinosauri, a parte quella “repentina” dello scontro con un asteroide, richiedono almeno un milione di anni come tempo di passaggio dal Cretaceo al Cenozoico. Anche le modalità sono completamente diverse, perché le estinzioni naturali non sono accompagnate dagli altri fenomeni correlati. 
Si ha oggi - per la prima volta - un processo di depauperamento globale della vita, perché nelle estinzioni naturali la complessità relazionale dei viventi è sempre cresciuta, cioè c’è stato un aumento della varietà sistemica e quindi della “spiritualizzazione” della vita.
Nel caso attuale di estinzioni massicce dovute alla civiltà industriale, la varietà vivente è in netta diminuzione, gli ecosistemi scompaiono riducendosi a pochissimi tipi.  La complessità relazionale sistemica tende a sparire.
Infatti, dopo tre miliardi di anni di evoluzione, la Vita mostrava una varietà, un equilibrio e un’armonia mirabili con milioni di specie; ogni nicchia ecologica pullulava di vita. La varietà, la variabilità e le relazioni erano il segno dello spirito vitale, che raggiungeva il massimo nella foresta equatoriale, ma era comunque notevolissimo anche nelle paludi, negli ambienti acquatici, nel bosco sub-artico.
  Tutto questo fino all’Ottocento: ora l’inarrestabile tendenza del cosiddetto progresso è di trasformare tutto in una struttura rigida e disarmonica in cui sono rappresentate poche specie: quella umana, alcuni suoi “compagni” resi nevrotici, alcune specie animali allevate e degenerate, qualche specie vegetale estesa a monocoltura.

2 – Distruzione delle culture umane

Abbiamo già accennato al fatto che l’Occidente, con la pretesa dell’universalità, impone la sua scala di valori e il suo modo di vivere a tutta l’umanità. Lo schema industriale pone al vertice l’incremento indefinito dei beni materiali, visto come apportatore di felicità. Ma la fine della varietà culturale significa anche la fine di numerose possibilità di vita diversa, la scomparsa di tesori di conoscenza e di pensiero.
Inoltre l’estensione a tutta l’umanità del modello occidentale è semplicemente impossibile perché la Terra non può sopportare miliardi di persone che vivono con il perenne miraggio del consumo. A parole si nega ogni integralismo, ma poi si considera evidente, ovvio e vero il desiderio consumistico, non accettando alcun modo di vita al di fuori di esso.

3 – Distruzione del bello e della varietà del mondo

Un ecosistema naturale è fonte di ispirazione ed è religiosamente bello. Invece una distesa disarmonica ed uniforme di poche specie (monocolture, allevamenti in serie, umanità densa) mette angoscia.
Sembra che il senso estetico-religioso sia correlato alla salute ecologica del sistema, probabilmente per effetti mentali, di cui faremo cenno in seguito.
Le specie uniche delle monocolture e degli allevamenti sono inoltre degenerate e private di ogni dignità e spiritualità. Non costituiscono un ecosistema.
Inoltre in Natura non esistono due individui uguali in nessuna specie. La Natura non agisce mai in serie: questa è una caratteristica della civiltà industriale.
In un Kmq di foresta pluviale ci sono migliaia e migliaia di specie diverse, un complesso armonico di vita-morte che si mantiene in equilibrio dinamico al di là del tempo. In un Kmq di area “rifatta” dalla nostra civiltà ci sono o una distesa di inerti, o una esagerata densità umana produttrice di angoscia, o una moltitudine di esemplari ripetuti di un’unica specie tenuta in vita con sostanze estranee, che hanno inoltre degradato il mondo da qualche altra parte.
Se le tendenze ora in corso dovessero continuare e la natura spontanea dovesse quasi-sparire o comunque essere antropizzata, le differenze fra le varie aree del mondo si ridurrebbero sempre più.
Già oggi questo accade per l’ambiente umano costruito: le periferie delle grandi città del mondo sono tutte uguali, i grandi alberghi sono ovunque gli stessi, gli aeroporti si assomigliano tutti. L’aria condizionata rende uniforme anche il clima. Ma allora, a cosa giova fare il giro del mondo in pochi giorni per ritrovare ovunque la stessa uniformità e la stessa noia?
C’è da chiedersi dove siano finite le “magnifiche sorti e progressive” dell’umanità, tanto celebrate nell’Ottocento.

4 – Introduzione dei concetti di risorse e rifiuti

La Natura è caratterizzata da cicli chiusi, al termine dei quali si riproducono le condizioni iniziali, così che i processi possono durare per un tempo indefinito. Almeno se non si considerano tempi astronomici, la Natura si alimenta su un incessante fluire dinamico di energia in un mondo complesso e sistemico. Questo fluire costituisce anche le menti o la Mente del sistema naturale. Le condizioni si ripristinano - o quasi - al termine di ogni ciclo. L’antica cultura agricola e le civiltà tradizionali funzionavano anch’esse in questo modo.
Invece i processi industriali funzionano in modo “aperto”, cioè prelevano qualcosa di fisso e insostituibile (le cosiddette risorse) e scaricano prodotti (i rifiuti) in ambienti che vengono considerati per definizione “infiniti”. E’ da processi di questo tipo che proviene l’inquinamento: qualunque provvedimento che mantenga questo modo di funzionare è solo un palliativo che rinvia il problema nel tempo e sposta l’inquinamento da un ambiente all’altro (dall’acqua all’aria o alla terra, o viceversa): non può risolvere il problema in modo permanente.
Non ci devono essere né risorse né rifiuti: nei cicli naturali e tradizionali quelli che possono sembrare rifiuti sono risorse per qualcos’altro. I due concetti non sono necessari.

5 – Diminuzione del lavoro fisico

     La nostra civiltà ha diffuso l’idea che uno degli scopi naturali della persona umana sia quello di evitare completamente il lavoro fisico: poi si è riempita di palestre, percorsi ginnici e attrezzi vari per farci passare il “tempo libero” facendo fatica. In tal modo si rendono massimi i consumi, che sono il vero scopo di questa società.
    Chi fa fatica per portare una gerla di fieno sulle spalle è considerato un “poveretto” ridotto a fare “quella vita dura”, chi gli passa accanto con un sacco sulle spalle per salire una montagna è considerato - o vuole considerarsi - un “ardimentoso”.
Lo stesso vale per il sottofondo psicologico che accompagna i lavori fisici in confronto alla fatica di chi va a sudare nelle palestre a pagamento.
Invece i lavori fisici e intellettuali sono componenti complementari entrambi necessari alla completezza del vivere. I concetti di superiore e inferiore sono un’invenzione dell’Occidente.

6 – Sostituzione di materia inerte a sostanza vivente

La trasformazione di un ecosistema naturale in un’area industrializzata consiste nel sostituire gruppi di inerti (cemento, metalli, fabbriche, impianti, ecc.) a un complesso di viventi, nel sostituire l’inorganico all’organico.
Macchine, impianti, strade, al posto di foreste, paludi, savane.

7 – Aumento della vita media umana

Lo sviluppo porta in genere l’aumento della durata media della vita umana, ottenuto in gran parte da una diminuzione della mortalità infantile: infatti l’attesa di vita di un bambino che abbia già raggiunto i cinque anni di età non è molto diversa nelle varie culture umane.
Se la diminuzione della mortalità non è accompagnata da un corrispondente calo della natalità, si ha uno squilibrio non sostenibile e l’allungamento diviene illusorio su tempi lunghi: ai bambini salvati corrisponderanno, in altra parte del mondo o in generazioni successive, altrettanti bambini condannati a morte per l’eccesso numerico, oltre alla degradazione del complesso dei viventi.
        Anche il cosiddetto “invecchiamento” della popolazione che si ha quando calano le nascite è un fenomeno transitorio: è evidente che, passato quel paio di generazioni nelle quali l’eccesso di anziani è dovuto al fatto che c’erano troppe nascite sessanta o settanta anni prima, il rapporto fra le fasce di età viene ristabilito; si ritorna ad un equilibrio dinamico in cui la popolazione fluttua attorno a valori stabili, unica condizione che può durare per un tempo indefinito, se la densità non è eccessiva.
Secondo una ricerca dell’Istituto di Ecologia dell’Università Cornell (U.S.A.) la popolazione umana complessiva sostenibile in permanenza dall’ecosistema terrestre è di circa due miliardi di persone.
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Riassumendo, si può dire che quando arriva il concetto di sviluppo economico, scompaiono l’equilibrio dell’animo e l’armonia del mondo.
In realtà, la crescita materiale di qualcosa è sempre accompagnata dal degrado di qualcos’altro nello spazio o nel tempo. La locuzione “sviluppo equilibrato” è solo una contraddizione di termini, oppure è priva di significato, essendo concettualmente diversa dall’espressione “equilibrio dinamico”, che denota situazioni in cui i parametri economici fluttuano continuamente attorno a valori stabili. Del resto i pregi di un’economia stazionaria erano già stati messi in evidenza da John Stuart Mill nel 1858, ma tale bellezza colpì solo rari spiriti isolati, mentre l’Occidente era ormai lanciato nella religione della crescita.
Come già accennato in un capitolo precedente, la locuzione “sviluppo sostenibile” andrebbe sostituita con l’espressione “sistema sostenibile”, cioè appunto un sistema variabile, ma sempre in equilibrio, o meglio stazionario.
Quando poi si sente parlare di contrasto fra le esigenze dell’economia e quelle dell’ecologia, non si dimentichi che:

- le cosiddette “esigenze dell’economia” non esistono, perché dipendono esclusivamente dalla scala di valori di ogni modello culturale. L’economia è un fatto umano e sociale controllabile: niente impone che debba essere “in crescita”;

- le “esigenze dell’ecologia” sono leggi fondamentali fisiche e biologiche ben al di sopra di quelle che possono essere le smanie passeggere della nostra specie.

Quindi, anche al di là di considerazioni morali ed estetiche, è indispensabile che il sistema economico sia compatibile con il funzionamento del Complesso dei Viventi per un tempo indefinito.
E’ poi utile una breve riflessione sul concetto di benessere, che è essenzialmente uno stato mentale e non un mucchio di oggetti. Per ottenere qualcosa in tal senso, sarebbe logico uno studio preliminare sulla natura della mente, piuttosto che la forsennata spirale dell’eterno desiderio imposta dal modello attuale.
Per quanto riguarda il futuro, l’ipotesi più catastrofica che si può fare è che lo sviluppo continui ad oltranza, perché in tal caso si arriverebbe ad un mondo estremamente degradato. Il fenomeno non potrebbe comunque continuare per l’impossibilità di persistenza dei processi vitali.
Come alternative, occorre prendere in considerazione anche le utopie.

Basi dell’industrialesimo
Vediamo ora su quali correnti filosofiche o di pensiero si basa la società industriale (i vari punti, distinti solo per chiarezza espositiva, sono intercollegati e parzialmente sovrapposti):

- il positivismo, in cui viene negata ogni metafisica; anzi si pretende di cancellarne l’esigenza nell’essere umano, con il pretesto di attenersi solo alle cose “reali” e “positive”, come se non fossero anch’esse creazioni della mente. Ritiene che ciò che si percepisce sia “vero” e “indiscutibile”. Secondo il positivismo, esistono “i fatti” e bisogna attenersi solo a quelli;

- il materialismo, per il quale gli unici scopi della vita sono di natura materiale, cioè si riducono a una ricerca di oggetti e soddisfazioni individuali sul piano fisico. Viene in pratica negata ogni esigenza spirituale come una fastidiosa aggiunta che distoglie dallo scopo “vero”, quello tecnologico-economico-produttivo;

- il meccanicismo, in cui si considera il mondo e qualunque sua parte, anche vivente, come una specie di orologio smontabile, un meccanismo che funziona in base a rigide leggi esistenti in sé e indipendenti dal pensiero, ridotto a una specie di secrezione cerebrale. Una metafisica meccanicista pone problemi di funzionamento e non di responsabilità morale verso il mondo vivente;

- il riduzionismo, secondo il quale le proprietà di un sistema complesso si comprendono studiando il comportamento delle sue parti componenti. Le scienze sono in sostanza riportabili alla fisica delle particelle, tutto è riconducibile a uno schema di tanti individui in interazione fra loro: la materia è fatta di atomi, gli atomi sono fatti di particelle più piccole, la società è fatta di individui; viene negato ogni effetto dovuto alla complessità e alla rete di relazioni. Tutto sarebbe divisibile e schematizzabile;

- il determinismo, cioè l’assunzione secondo la quale gli eventi sono determinati completamente da altri eventi precedenti. Si ha come conseguenza che lo stato del mondo in un certo momento è sufficiente a stabilire il suo stato in un momento successivo.
E’ nota l’affermazione di Laplace che, all’inizio dell’Ottocento, considerava il determinismo quasi come una religione:

Un’intelligenza che conoscesse, in ogni istante di tempo dato, tutte le forze agenti in natura, oltre alle posizioni momentanee di tutte le cose che compongono l’universo, sarebbe in grado di comprendere in una singola formula i moti dei corpi più grandi del mondo e quelli degli atomi più piccoli, purchè fosse abbastanza potente da sottoporre tutti i dati ad analisi; per essa niente sarebbe incerto, e tanto il futuro quanto il passato sarebbero presenti dinanzi ai suoi occhi.  (27)

- il cartesianesimo, cui si è già accennato più volte e sul quale farò poi alcuni commenti: afferma il primato assoluto della ragione e la separazione drastica fra spirito e materia. E’ evidente ad esempio l’abuso che viene fatto normalmente del termine “più razionale” nel significato di “migliore”.
Si dà per scontato che il “razionale” sia un superamento migliorativo dell’ “istintivo” e dell’“emotivo”, senza analizzare il contenuto e il significato dei termini. Si può affermare che il cartesianesimo è la base filosofica dell’attuale civiltà occidentale. E’ evidente quali enormi conseguenze ha avuto, ad esempio, nella medicina la separazione mente-materia, che ha portato a considerare il corpo come una macchina con vita propria. Solo molto recentemente è nata una medicina un po’ diversa, appena tollerata, battezzata come “psicosomatica”, termine ancora abbastanza rassicurante per la ragione.
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Come prima osservazione ai punti sopra elencati, ricordiamo che Bateson chiama “follia riduzionista” l’idea che si possa descrivere con pienezza ontologica la Natura, che è molto più ricca di significato di quanto non sia possibile rappresentare. La complessità fisico-spirituale del mondo naturale è infinita: solo con la percezione intuitiva se ne può avere una pallida idea.
Il paradigma della semplificazione si basa su quella che è stata chiamata la “schizofrenica dicotomia cartesiana”, il dualismo fra il cogito soggettivo e la res extensa oggettiva. La scienza occidentale è stata fondata (fino alla prima metà del ventesimo secolo) sull’eliminazione del soggetto, nella convinzione illusoria che gli oggetti, esistendo indipendentemente dal soggetto, possano essere studiati in quanto tali.

Qualche brano di Ceronetti sullo sviluppo
Ecco un pensiero di Konrad Lorenz: “l’unico introito legittimo di energia del nostro pianeta è costituito dall’irraggiamento solare, e ogni crescita economica che consumi più energia di quella che riceviamo dal sole, irretisce l’economia mondiale in una spirale debitoria, che ci consegnerà a un creditore spietato….”
Il Creditore Spietato, evocato da Lorenz, non è un fantasma del futuro. Si presenta ogni giorno, e ogni sua apparizione è una rapina: si porta via della vita vivente, ma ci lascerà fino all’ultimo lo sviluppo.
I governi possono governare - sono lasciati fare - fintanto che non si oppongano allo sviluppo, vuol dire che ne sono tutti, dal più potente all’ultimo di forza, prigionieri e servi. La grande domanda metafisica: l’uomo è libero? si può anche buttarla qui, parlando di governi che tutti, nessuno escluso, possono procedere soltanto in un’unica direzione, senza che gli sia data una scelta. Se fossi papa o presidente americano o presidente russo mi piglierei il piacere di rispondere che l’uomo può solo decidere quel che è già deciso. E questo irrefrenabile sviluppo era nel segreto del tempo, nel mistero tragico del destino umano, ma quel che mi dà scandalo, quel che mi fa più soffrire, è che “gli si voglia bene”, che si parli incessantemente di “ripresa” del lavoro di questo assassino come di qualcosa di desiderabile, non come di una necessità ineluttabile, come di una caduta progressiva nell’infelicità.
Vorrei un capo di governo o di azienda che facesse precedere da un purtroppo le frasi consuete: “dobbiamo aumentare la produzione”, “la ripresa è imminente”… Neppure questa libertà gli è data. Sono costretti anche ad adularlo, il Maligno: se aggiungono un purtroppo li scaraventa in basso come birilli. Questo non è più avere un potere, tanto meno corrisponde a qualcuno dei sensi profondi di comando. L’asservimento all’economia dello sviluppo, senza neppure un accenno di sgomento, dice l’immiserimento, la perdita di essenza e di centro, della politica. Se il fine unico è lo sviluppo, la politica è giudicata in base alla sua bravura (che è pura passività) nello spingerlo avanti a qualsiasi costo….
Non c’è nessuna idea politica dietro, sopra o sotto: c’è il Dio dell’economia industriale geloso del suo culto monoteistico. Nulla è di troppo per questa ingorda idolatrata Bestia.
Un inferno urbano contemporaneo è fatto di molte cose. Tra le più evidenti, c’è l’eccesso di circolazione di macchine, auto e moto. Contro smog e paralisi si almanaccano palliativi di ogni genere, ma soltanto abbattendo la produzione automobilistica si potrebbe ridare alle città un po’ di respiro post-diluviale. Immediatamente sulle piazze liberate dai grovigli di auto, si adunerebbero a migliaia, e a migliaia di migliaia, i tamburi di latta della protesta di quelli a cui fosse stato restituito il respiro: non vogliono la cura, ma la malattia in tutta la sua spietatezza…Così i chimici che producono veleni per l’agricoltura: vietarli, anche per amore dei loro stessi figli, ne scatenerebbe la collera. Ma sarà la collera dei chimici, o dei veleni in loro? Chi dice che non abbiano un’anima, i veleni che produciamo?... La sola voce concorde, universale, in alto e in basso, grida che nessuna industria si fermi o chiuda, qualsiasi cosa produca, sia pure inutilissima o micidialissima, sia pure destinata a restare invenduta: la sola voce concorde invoca che si aprano cantieri su cantieri e che si investano finanze in nuovi progetti industriali: a costo di qualsiasi inquinamento e imbruttimento, a costo anche di fare accorrere, per l’immediata ritorsione morale che colpisce chi accolga progetti simili, le furie di una intensificata violenza. E se deve, sul mare delle voci tutte uguali, planare una promessa rassicurante, è sempre la stessa: ci sarà la “ripresa”, ne avrete il triplo di questa roba…(28)

Note sui punti fondamentali della filosofia cartesiana
ï Il dualismo spirito-materia è smentito dalla fisica moderna (come vedremo) e in particolare dall’interpretazione di Bohr-Heisenberg che nega l’esistenza di una realtà oggettiva esterna, cioè di un mondo energetico-materiale indipendente dalla psiche. Spirito e materia sono inscindibili.

ï Il primato della ragione su emozione e sentimento è smentito dalla psicoanalisi. Il richiamo all’inconscio fa svanire in gran parte l’idea che il comportamento è conseguenza dei ragionamenti. Secondo le correnti psicoanalitiche più “estreme” tutto è guidato dall’inconscio che si costruisce i ragionamenti come giustificazioni apparenti.

ï Il “Cogito. Ergo sum” è una proposizione illusoria. Già nella premessa (Penso) è implicita la conclusione (Quindi sono).

Infatti non è evidente un “io” pensante, ma soltanto un pensiero variabile. La sua condensazione in un ego distinto e autonomo è un passaggio arbitrario, perché in realtà non viene constatata l’esistenza di una entità permanente chiamata “io”, ma solo un flusso di pensieri in perenne mutamento, una successione incessante di stati mentali in continua variazione. In altre parole, dal fluire di pensiero (nel divenire), Cartesio fa un passaggio arbitrario ad una entità stabile (nell’essere).
Pensare è un processo. Essere è uno stato. Quando penso, il mio stato mentale cambia nel tempo. Come può l’ego cui si riferisce restare lo stesso?
Dall’idea di un ego individuale, autonomo e permanente è nato poi il concetto di società come somma di tante individualità che interagiscono.

Osservazioni all’idea corrente di progresso
Ciò che viene automaticamente chiamato progresso, cioè un aumento di tecnologia, non corrisponde sempre a un miglioramento: viene visto come tale solo in base a una scala di valori precostituita ed arbitraria.
In particolare, in seguito al cosiddetto progresso:

- i luoghi diventano sempre più brutti: basta rivedere un posto a distanza di anni per rendersene conto;

- non è vero che il cosiddetto “tempo libero” sia aumentato: le popolazioni tribali, o civiltà tradizionali, passano la maggior parte del loro tempo dedicandosi all’aspetto spirituale-magico della vita e non a “sgobbare” per la sopravvivenza;

- aumentano psicopatie, criminalità, droghe, suicidi, depressioni: ciò significa che la serenità mentale peggiora decisamente; del resto non è tenuta in alcun conto nella scala di valori della civiltà industriale;

- si manifesta necessariamente una sorta di razzismo culturale, dato che si viene a considerare la civiltà occidentale “migliore” delle altre, perché la sua scala di valori e 
il suo modo di vivere vengono imposti a tutta l’umanità.

Anche l’idea che le culture dove si conosce la scrittura siano migliori delle culture tramandate oralmente non è poi così evidente: le modalità orale e scritta sono aspetti complementari di pari dignità. Dove si è interiorizzata completamente la scrittura si sono perse le “modalità” e le percezioni della trasmissione orale. 
 Si tratta di equilibrare i due aspetti, non di “progredire” da uno all’altro. Anche l’idea della “storia” fa parte di un retaggio culturale particolare: spesso i cosiddetti “popoli rimasti fuori dalla storia” sono semplicemente quelli che non hanno mai fatto guerre.
Riporto inoltre questo pensiero di Platone:

Chi ritenesse di poter tramandare un’arte con la scrittura, e chi la ricevesse convinto che da quei segni scritti potrà trarre qualcosa di chiaro e saldo, dovrebbe essere colmo di grande ingenuità.  (29)

Non c’è quindi alcun parametro per valutare una cultura migliore o “più avanzata” di un’altra. Il concetto di progresso è un’invenzione di qualche modello, non un fatto evidente.
Comunque, anche nella cultura occidentale, ci sono alcuni segni che indicano l’inizio di un lento tramonto del concetto di progresso.

Riassunto
Riassumiamo le origini del concetto di sviluppo e quindi della crisi ecologica:

- L’idea biblica di separazione fra la nostra specie, protagonista, e il mondo, palcoscenico fatto per noi. Con la concezione di un “Dio distinto dal mondo” è stato facile togliere di mezzo la Divinità (materialismo-marxismo) e sostituire il “diritto divino” con il “merito selettivo”. Così non è cambiato nulla: la stessa mano distrugge la foresta amazzonica e la taiga siberiana.

- Solo la nostra specie “ha l’anima”. Il concetto è stato aggravato dalla filosofia cartesiana, secondo la quale c’è una distinzione netta e insanabile fra lo spirito e la materia, che non si incontrano e non interferiscono: l’uomo sarebbe anche “spirito” (oltre che corpo), mentre gli altri esseri viventi sarebbero solo “materia”, cioè macchine. Il pensatore francese ne era così convinto, che pare abbia gettato un gatto dalla finestra per dimostrare la sua certezza che “non poteva soffrire”.
Così l’umanità, la sola ad essere anche spirito, poteva fare ciò che voleva della natura, che sarebbe stata materia: questa idea ha aggravato il preesistente “diritto divino”. Con il materialismo, ultimo figlio dell’Occidente, cambia ben poco: materia contro materia, vince il più forte, che a suo piacimento può conservare pezzi di “natura originaria” per allietarsi la vita: questa è l’ecologia di superficie.



Note al Capitolo 5
(20) Vilma Baricalla – Gli animali hanno un’anima? da Lo specchio oscuro – Ed. Satyagraha, 1993
(21) La citazione di Locke è tratta dal libro: Jeremy Rifkin - Entropia – Ed. Mondadori, 1980.
(22) Jeremy Rifkin - Entropia – Ed. Mondadori, 1980.
(23) William Leibniz - Scritti filosofici - Ed. D. Bianca, Torino, 1968
(24) Vilma Baricalla - Gli animali hanno un’anima? da Lo specchio oscuro - Ed. Satyagraha, 1993.
(25) La citazione di Diderot è tratta dal libro: Prigogine-Stengers-La Nuova Alleanza-Einaudi,1981
(26) Montaigne - Apologia e Saggi – ed. varie.
(27) Questo pensiero di Laplace è riportato in molti testi di filosofia, di matematica e di divulgazione. In particolare si trova nel libro di G. e S. Arcidiacono – Entropia, Sintropia, Informazione, Ed. De Renzo, e nell’articolo Il caos di autori vari, pubblicato sulla Rivista Le Scienze del febbraio 1987. E’ citato anche nel libro di R. Sheldrake - La rinascita della Natura - Ed. Corbaccio, 1994.
(28) Guido Ceronetti - Peggio che sterminati: infelici, articolo pubblicato sul quotidiano La Stampa del 9 marzo 1993
(29) Giovanni Reale – Ecco il Platone non scritto, Supplemento domenicale de Il Sole-24 ore del 12 febbraio 1995.

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6 - OCCIDENTE - ORIENTE - ANIMISMO


Noi crediamo che Dio sia in tutte le cose: nei fiumi, nell’erba, nella corteccia degli alberi, nelle nuvole e nelle montagne.
(espressione di una cultura africana)


In Ani Yonwiyah, la lingua del mio popolo, c’è una parola per indicare il suolo: Eloheh. Questa stessa parola significa anche storia, cultura e religione. La ragione di ciò sta nel fatto che noi indiani Cherokee non possiamo separare il nostro posto sulla terra dalla nostra vita e neppure dalla nostra visione e dal nostro significato come popolo. Impariamo sin da bambini che animali, alberi e piante, con cui dividiamo il posto sulla terra, sono nostri fratelli e sorelle. 
Quando dunque parliamo di suolo, non parliamo di una proprietà terriera, di un luogo e neppure del pezzo di terra su cui sorgono le nostre case e dove crescono i nostri raccolti. Parliamo invece di un qualcosa di veramente sacro.
J. Durham, indiano Cherokee


Potete visitare tutta la Terra, ma non troverete in alcun luogo la vera religione; essa non esiste che nel vostro cuore.
Ramakrishna


Non facendo nulla, non c’è nulla che non venga fatto.
Lao-Tze


E’ la storia di tutta la vita che è santa e buona da raccontare e di noi che la condividiamo con i quadrupedi e gli alati dell’aria e tutte le cose verdi: perché sono tutti figli di una stessa madre e il loro padre è un unico Spirito. Forse che il cielo non è un padre e la Terra una madre e non sono tutti gli esseri viventi con piedi, con ali e con radici i loro figli?
Alce Nero

Premesse
Molti modi di pensare, o idee-guida, diffusi nel pensiero corrente, sono recepiti come premesse evidenti e naturali o come tendenze proprie della natura umana: sono invece assai spesso soltanto cornici concettuali della cultura occidentale, cioè pregiudizi.

Il senso comune (o buon senso) designa il complesso dei pregiudizi della cultura in cui siamo stati allevati. Qui la parola “pregiudizi” non ha significato negativo ma è quel complesso di idee in cui inquadriamo ogni evento: si tratta però di un sottofondo variabile e relativo, non di una verità evidente.

  Al solo scopo di una maggiore chiarezza, suddividerò le culture umane in tre gruppi:

- le culture di tipo occidentale, quelle che hanno come mito delle origini la Genesi dell’Antico Testamento, cioè in pratica le culture ebraico-cristiana e islamica, fiorite originariamente in Europa e nel Medio Oriente. Esse hanno in comune:
* l’idea dell’espansione: infatti vogliono convertire tutto il mondo al proprio sottofondo culturale;
* un atteggiamento di sopraffazione sul resto della Natura, considerata al servizio della nostra specie;
* una percezione lineare del tempo;
* la convinzione che esista un’unica verità.

- le culture di tipo orientale, fiorite soprattutto in Asia, con tre filoni principali: il Buddhismo, l’Induismo e il Taoismo. Esse sono caratterizzate da:
* l’idea dell’Essere come immanenza cosmica, tranne che nel Buddhismo dove si arriva al superamento di ogni dicotomia, comprese quelle di immanenza-trascendenza e di Essere-Nulla;
* l’importanza fondamentale attribuita all’idea di equilibrio sia interiore sia cosmico-naturale;
* la ricerca della serenità mentale come scopo essenziale;
* una percezione ciclica del tempo.

- le culture di tipo animista, fiorite in tutto il mondo per decine di millenni. Erano caratterizzate in genere da una integrazione completa nell’ambiente naturale e climatico in cui vivevano e di cui si sentivano parte inscindibile: elaboravano complesse metafisiche legate al mondo naturale. Le abbiamo chiamate anche civiltà tradizionali. Per le cultura animiste il mondo è un flusso di forze psichiche: il ciclo vitale umano deve integrarsi nella più grande vita-morte dell’Universo.

Atteggiamenti verso l’ecologia profonda
Perché i fondamenti dell’ecologia profonda possano farsi strada nell’animo umano, occorre sottoporre a critica le concezioni derivate dal racconto biblico della Genesi e che sono divenute “evidenti” per la cultura occidentale, cioè capovolgere l’atteggiamento di aggressione verso la Natura e di indifferenza per la bellezza del mondo.
E’ evidente che ci sono molti occidentali con visioni del mondo diverse, almeno a livello intellettuale e cosciente, ma i modi del pensiero e l’atteggiamento inconscio possono differire non poco da quanto consegue dai ragionamenti.
Comunque qui non intendo parlare del pensiero individuale.
Per dare poi un piccolo sguardo al secondo gruppo di culture, riportiamo questo brano tratto da un testo ispiratore della cultura indù:

     I fiumi, o caro, scorrono gli orientali verso oriente, gli occidentali verso occidente. Venuti dall’Oceano celeste, essi nell’Oceano tornano e diventano una cosa sola con l’Oceano. Come là giunti non si rammentano di essere questo o quest’altro fiume, proprio così, o caro, i viventi, che sono usciti dall’Essere, non sanno di provenire dall’Essere. Qualunque cosa siano qui sulla Terra - uomo, tigre, leone, lupo, cinghiale, verme, farfalla - essi continuano la loro esistenza come Tat (30). Qualunque sia questa essenza sottile, tutto l’Universo è costituito di essa, essa è la vera realtà, essa è l’Atman. Essa sei tu, o Svetaketu.  (31).

E’ chiara la profonda differenza di concezione rispetto alla Genesi.
In queste concezioni metafisiche manca il rapporto dualistico, né si trova quella contrapposizione uomo-natura propria dell’Occidente. Anziché tre piani ben distinti come Dio-uomo-natura (nel materialismo restano gli ultimi due, ma sempre contrapposti), troviamo il Dio-Natura onnipresente e indistinguibile dall’universale.
       Assai semplice poi è la prima indicazione dell’etica buddhista: “Non danneggiare alcun essere senziente”. Con il termine “senziente” si può anche indicare una specie, un ecosistema, o entità di quel tipo, in quanto dotate di una forma di mente.
Solo alcune filosofie orientali raccomandano di diventare quasi-vegetariani; ma in generale chiedono di rispettare la Vita in tutte le sue componenti. Invece le morali delle tradizioni giudaico-cristiana e mussulmana, in accordo con le posizioni espresse nella Genesi, si occupano esclusivamente di valori e rapporti interni alla nostra specie, come se tutto il resto fosse solo un palcoscenico, o “l’ambiente”.
Per quanto riguarda poi le varie forme di animismo che sono state presenti nell’umanità un po’ dovunque, è abbastanza evidente che in queste visioni del mondo non siamo gli unici esseri dotati di “spirito”: una dicotomia di questo genere sarebbe probabilmente impensabile per chi ha vissuto a contatto con gli oranghi o i gorilla. Ma dovrebbe essere inconcepibile anche per chi conosce la natura dei fenomeni vitali e il quadro unitario fornito dall’evoluzione biologica.
Comunque, anche presso di noi, possiamo notare che l’animismo è spontaneo nei bambini: sono i condizionamenti culturali che lo cancellano. 
Facciamo ancora qualche esempio:
I Lapponi considerano l’orso re degli animali, forse perché riesce a stare ritto sulle zampe posteriori prendendo atteggiamenti quasi umani, ma anche perché nell’antichissima tradizione del popolo, all’orso si guarda come ad una specie di antenato lontanissimo. Si dice dell’orso in Lapponia quello che in certe zone dell’Africa si dice del gorilla, cioè che sono uomini; lo stesso accade nelle isole della Sonda per gli oranghi e in Guinea per gli scimpanzè bonobo.


La “domanda delle domande”
Un sottofondo culturale non appare tanto nelle risposte che vengono date alle domande considerate fondamentali, ma soprattutto da come vengono formulate le domande stesse. Le risposte sono sempre relative e mutevoli: sono soprattutto le domande a rendere interessanti le questioni.
Quella considerata basilare, detta anche “la domanda delle domande” è “Dio esiste?”. Ma questa formulazione richiama una figura di Dio come Essere personale e distinto dal mondo (cioè il Dio dell’Antico Testamento) e presuppone che sia chiaro il concetto di esistenza.
        Vedremo in un prossimo capitolo che l’idea di esistenza è tutt’altro che evidente. Nel modo di formulare le domande sono impliciti tutti i pregiudizi di una cultura.
La “domanda delle domande” presuppone già una risposta binaria (SI-NO), cioè sottintende le concezioni dell’Occidente, in cui si dividono le persone in due categorie (credenti-atei). Tale spaccatura ha ben scarso significato in altri modelli culturali. Inoltre, come si è visto, la divisione è meno profonda di quanto si creda, almeno per quanto riguarda il comportamento verso il resto della Natura.
Nella domanda è già dato per scontato un dualismo di fondo dell’Occidente (Dio-il mondo). La nostra cultura attuale ha comunque altri tipi di divinità, qualifica che si può attribuire ad alcuni concetti astratti cui viene sacrificato molto, come libertà, democrazia, efficienza, produttività, senza parlare del denaro, al quale viene attribuito un potere magico. Si tratta sempre di concetti astratti, scarsamente esprimibili in lingue non-occidentali.
Se cambiamo le premesse filosofiche e ci portiamo in culture di tipo orientale, la superdomanda si può dividere in due:

- Può l’Universale essere suddiviso in parti autonome e indipendenti?
- L’Universale ha, o è, uno psichismo (cioè una struttura psicofisica globale)?

Se l’Universale non può in alcun modo essere suddiviso, allora è appunto unico e a questa Totalità diamo il nome di Dio, che può significare anche Equilibrio Cosmico (Tao). E’ chiaro che noi stessi non possiamo esserne separati e che - sul piano metafisico - il concetto di “individuo” è superato.
Ad esempio, la proposizione occidentale “non cade foglia che Dio non voglia” diviene l’affermazione che ad ogni processo, o fenomeno, partecipano tutte le forze dell’universo, fatto confermato - come vedremo - anche da alcune correnti della scienza moderna.
Nel Buddhismo poi il rapporto col metafisico assume aspetti ancora più generali dato che l’Essere-Nulla o Vacuità (in sanscrito sunyata) supera anche l’idea di immanenza, cercando di fondere l’immanente-trascendente in una specie di vuoto-pieno pulsante e permanentemente creativo.
Nel Buddhismo è comunque essenziale l’idea di karuna o compassione universale verso tutti gli esseri (non solo umani), il cui scopo è superare ogni tribolazione nel divenire (samsara) per raggiungere la serenità totale al di fuori di ogni dualismo (nirvana).
Per quanto riguarda le culture animiste, in esse non viene separato il fisico dal metafisico: si trova spesso l’idea del Grande Spirito immanente nel mondo (o Grande Mistero): l’idea di ambiente “esterno” è pressochè incomprensibile. Quello poi di ambiente “ostile” è un concetto tipico delle culture ispirate all’Occidente. I Boscimani e gli Eschimesi, secondo le concezioni europee, vivono in ambienti ostili, ma questo non ha senso per loro, che non si distinguono dal mondo che li circonda: i Boscimani sono il Kalahari, gli Eschimesi sono l’Artide.
Sempre come esempio, fra gli Algonchini il segno che veniva usato per denotare il Grande Spirito era anche il segno per la parola “mondo”: in tal modo Dio e il mondo venivano identificati.
Gli Algonchini certo non avevano un Dio tanto remoto dal mondo delle cose materiali quanto lo era Allah o il Signore dell’Antico Testamento, ma il Grande Spirito poteva essere senz’altro identificato con il mondo. Per gli Algonchini il mondo era un segno del Grande Spirito, così come lo era il circolo suddiviso in quattro parti. Non era al mondo che rivolgevano le loro preghiere, ma al Grande Spirito.
In una lingua amazzonica il termine che significa il massimo livello di Mente significa anche “tutto” nel linguaggio corrente.

Intermediari col metafisico
Le culture occidentale e islamica hanno in genere delle istituzioni che si proclamano intermediarie con il divino; anche in alcune culture orientali si sono formate istituzioni di questo tipo. 
Poiché le concezioni metafisiche di ogni modello culturale sono diverse e non c’è alcuna valenza “oggettiva” o “assoluta”, non si capisce la necessità dell’intermediazione. L’unica che potrebbe avere un senso sembra quella di persone predisposte che si pongono in uno stato di coscienza ampliata, o comunque diverso dallo stato di veglia ordinario, cioè in una condizione di contatto mistico con la Natura. Si tratta in sostanza dello sciamanesimo, diffuso in moltissime culture animiste, dove gli altri animali e la Natura stessa sono una parte importante delle visioni mistiche. Si tratta spesso di un’intermediazione semi-inconsapevole, di uno stato di coscienza ampliato oltre i confini dell’ego, ben lontano dall’essere un’istituzione e soprattutto senza alcuna gerarchia. Lo sciamano o la sciamana (attuale Corea) si portano in un altro livello di percezione. Nella società tradizionale, espressione di un modo complesso e unitario di intendere la vita, l’attività dello sciamano comprendeva quella di tanti specialisti dell’Occidente: sacerdoti, medici, poeti, studiosi, ecc. La vitalità cosmica si manifestava in lui o lei con eccezionali poteri paranormali.
Come esempio di atteggiamento di culture diverse, citiamo anche il seguente episodio:

Durante un incontro interreligioso, mentre i rappresentanti delle tre religioni teiste (cristianesimo, ebraismo, islam) avevano recitato preghiere al Dio Personale, un monaco buddhista aveva preparato una “preghiera al Nulla”. 
Se si considera l’Essere, non si può evitare di considerare il Nulla come polo complementare e necessario. La Totalità contempla anche il superamento del dualismo Essere-Nulla: la preghiera al Nulla ha significato come le altre e si imprime anch’essa nell’inconscio collettivo.
Non si capisce come sia possibile disegnare una figura senza lo sfondo: le due modalità sono intercambiabili. (32).

La lotta
In Occidente tutto è visto come “lotta contro qualcosa”, e questo prova ancora una volta che non viene dato alcun valore alla serenità mentale. Anche le istituzioni con le finalità più nobili amano presentare la propria azione come lotta contro forze negative. La medicina occidentale si presenta come lotta contro le malattie, naturalmente oggettivate e personificate come un “nemico”. Non è così in tante altre culture, soprattutto in Oriente.
La competizione, propagandata dall’Occidente come una specie di molla del progresso ed evidenziata in tutti i campi, ma soprattutto in quello economico-industriale, non è presente naturalmente nell’animo umano ma è un modo di vivere di qualche modello culturale.
Così pure la nostra civiltà considera come “vinta” negli ultimi secoli la lotta dell’uomo contro le forze della natura.
Le culture animiste non si consideravano mai in lotta contro la Natura, ma in una rete interconnessa di “spiriti”, cioè in una spiritualità diffusa che a volte si concentra in entità apparentemente singole, ma in realtà legate nell’Entità Totale, chiamata appunto il Grande Spirito o il Grande Mistero.

La verità
Per le culture di tipo occidentale la ricerca della verità è considerata un nobile scopo: una volta trovata, la verità deve essere spiegata e imposta a tutti gli altri. Così in genere è andata avanti anche la scienza, almeno fino alla metà del ventesimo secolo. Tutto ciò presuppone innanzitutto l’esistenza di una verità, di qualcosa di reale e oggettivo; altrimenti la verità diventa un concetto pericoloso, fonte di fanatismo.
Come vedremo, recentemente sono sorte nella scienza stessa correnti di pensiero - sia pure di minoranza - che mettono in dubbio questo paradigma della “verità” e non ritengono più di scoprire qualcosa di reale ed esterno che, una volta provato, verrebbe acquisito “definitivamente” alla conoscenza umana.
Molte culture ritengono la verità qualcosa di relativo, una creazione della mente: pertanto non nascono lotte per affermarla.
Un aneddoto racconta di un colloquio fra uno studioso occidentale, di cultura giudaico-cristiana, e uno studioso orientale, di cultura buddhista, sugli eventi che si potevano attendere dopo la morte.
Il primo sosteneva che avrebbe visto San Pietro, o il diavolo, che gli avrebbero assegnato la destinazione. Il secondo avrebbe incontrato Cenresig, o il Buddha Amithaba, o qualche divinità “terrificante”. Il primo considerava ovvio che entrambi avrebbero fatto lo stesso tipo di incontro, quello “vero”, ma dopo qualche spiegazione riuscì a comprendere che per l’orientale ciascuno avrebbe incontrato le “sue” divinità. 
Per l’orientale l’attenzione non era centrata su quale delle due versioni fosse quella vera, ma sul fatto che entrambe erano creazioni della mente e prive di realtà, quindi relative al soggetto sperimentante. Il suo consiglio era soltanto di tenere presente che si trattava di creazioni della mente - qualunque immagine fossero - e di fissare l’attenzione sulla “luce incolore al centro”, che significa l’assenza delle impurità mentali. Cioè l’essenziale non era di fissarsi sulla “verità” ma di liberarsi dai condizionamenti.
La differenza era dunque la concezione di realtà o di verità e non di sapere quali “divinità” si sarebbero incontrate, cioè chi fosse “nel giusto”.
Per l’occidentale invece il problema era scoprire quale fosse la verità, e se fossero “esistenti oggettivamente” la figura di San Pietro o la figura del Buddha che si presentavano ai due soggetti. La differenza era di concezione filosofica e non di credenza religiosa.

La caccia
      Esaminiamo ora l’atteggiamento dei tre gruppi di culture nei riguardi della caccia:

- Nelle civiltà di tipo occidentale esiste il fenomeno “uccidere per divertimento”: spesso l’uccisione è addirittura considerata un “merito” da parte del cacciatore. Il fenomeno, gravemente presente, interessa comunque una minoranza, anche se piuttosto invadente; l’unico modo per limitarlo consiste per ora in rigorosi divieti. Nell’Occidente c’è chi spende soldi per poter uccidere, il che è addirittura il contrario del “procurarsi il cibo” indispensabile all’idea di caccia in tanti altri modelli.

- In molte culture animiste la cattura della preda era vista come il dono di un dio, che si può interpretare come “il genio della specie”: la cattura era lecita soltanto se era seguita dall’utilizzazione completa di tutte le parti del dono, a scopo prevalentemente alimentare e comunque di sopravvivenza. Spesso l’animale più cacciato era considerato anche un totem, aveva una sua sacralità. L’eventuale uccisione fatta “per divertimento” o “senza scopo” era un’offesa al dio: quindi veniva vissuta come un delitto e poneva il cacciatore nella posizione di chi attende la punizione del dio, che potremmo anche chiamare “conseguenza del complesso di colpa”: di solito poi questa punizione arrivava puntualmente, attraverso le misteriose vie dell’inconscio e gli indissolubili legami fra mente e corpo.
Le culture animiste provocavano ben raramente l’estinzione di specie o la distruzione di ecosistemi: per molte migliaia di anni i nativi d’America sono vissuti in simbiosi con milioni di bisonti e con tutte le altre specie in armonico e dinamico equilibrio; sono bastati due o tre secoli di civiltà europea per distruggere tutto.

- In genere le culture dell’Oriente consideravano gli altri esseri o in un ciclo di morti e rinascite (samsara) o comunque degni della massima benevolenza: tutti i viventi facevano parte di un equilibrio cosmico. Ciò dava luogo a morali del tipo “Non danneggiare alcun essere senziente”. Anche qui l’eventualità di divertirsi ad uccidere era vissuta come un grave delitto.
Nelle concezioni orientali le altre specie viventi sono composte di esseri che vivono in modi diversi la nostra stessa avventura, con pieno diritto a una vita libera e autonoma. Invece, nel nostro mondo, i cosiddetti “movimenti per la vita” ritengono ovvio occuparsi solo della vita umana, senza neanche il bisogno di precisarlo. Dell’equilibrio e dello stato di salute della Vita, cioè del Complesso dei Viventi, non si preoccupano affatto. 
In sostanza, perché finisca veramente il fenomeno “caccia”, pur essendo assai utili anche i divieti, è indispensabile una nuova base etica e culturale.
Occorre comunque fare attenzione ai permessi di “caccia tradizionale” accordati da alcuni governi, e quindi dall’Occidente, alle culture tribali con il pretesto di mantenerle in vita, perché spesso questa caccia si traduce in un massacro con armi da fuoco per vendere pellicce a grosse compagnie commerciali e avere così il denaro per comprarsi il televisore. Gli eschimesi o i siberiani a caccia con l’elicottero non hanno niente di tradizionale: quando imbracciano un fucile sono già l’Occidente. Le civiltà tradizionali non esistono più dal momento in cui arriva un’arma da fuoco e vengono persi i valori della cultura originaria.
L’Occidente è contagioso e seduce facilmente con i suoi nuovi miti. Con questa caccia si ottiene solo un’ulteriore degradazione della Natura ed un massacro “occidentale” anche se compiuto da ex-appartenenti ad altre culture umane.
C’è una grande confusione fra razza e cultura: un eschimese che uccide la foca con un fucile o comunque con lo scopo di vendere la pelle a una compagnia commerciale non è un eschimese, ma è l’Occidente.
La caccia integrata nelle culture animiste è una cosa del tutto diversa dalla caccia commerciale o industriale, anche se effettuata da persone o collettività di etnìe non europee. La sostanza è data dall’intenzione, lo scopo e il modo, non dall’origine etnica del cacciatore.

L’individuo
L’Occidente diffonde l’idea che tutto sia composto da unità che interagiscono fra loro, ognuna con uno spiccato carattere individuale ed egoico. Le tradizioni religiose talvolta provano ad attenuare il senso dell’ego, considerando però il non-ego come “il prossimo”, “gli altri”, il sociale, limitando così l’attenzione ai componenti della nostra specie, individuali o collettivi.
Invece nelle tradizioni orientali e animiste il non-ego è una totalità che comprende tutti gli esseri viventi, le montagne, i fiumi, gli alberi. L’altro-da-sé è degno di rispetto, ammirazione e venerazione.
Anche una certa idea dell’immortalità risente di questa concezione. In Occidente si cerca una forma di “immortalità” esaltando l’ego, con grandi opere individuali, “passando alla storia” e simili. Le strade portano nomi di persone, perfino le montagne ricordano individui.
Invece i nomi di fiumi e montagne dell’Oriente e delle civiltà tradizionali ricordano la natura del luogo o qualche “divinità” che vi dimora, cioè richiamano una sacralità naturale. L’immortalità viene cercata identificandosi con la Natura e annullando l’ego mortale, aumentando la percezione e la sintonia con il ritmo vitale del cosmo, superando il dualismo vita-morte, visto come un ripetersi di cicli che si alimentano uno dall’altro.
L’Occidente vuole far persistere anche l’ego delle opere, cercando di renderle permanenti, insieme ai loro autori, esaltati come individui. E’ sintomatico invece quanto avviene in una festa buddhista, dove uno splendido mandala (33), realizzato con finissime sabbie di molteplici colori e frutto del lavoro di un mese di monaci attentissimi, viene subito disperso nel vento come simbolo dell’impermanenza universale: la sua esistenza ha lo stesso valore della sua non-esistenza.
Ma oggi anche la scienza ci dice che tutto è destinato comunque a dissolversi e a ricrearsi in un fluire incessante. Non c’è alcuna entità stabile nell’Universo. 
Quindi, anziché cercare di lasciare una traccia nella storia, cosa destinata comunque al fallimento, sarebbe meglio “non lasciare mai orme così profonde che il vento non le possa cancellare”.

Il progresso
Il concetto di progresso è un modo di interpretare il fluire degli eventi, è il paradigma dell’Occidente moderno, non è affatto una constatazione “oggettiva” di come si svolgono i fatti. Discende solo dal considerare come ovvia e propria di tutta l’umanità la scala di valori della civiltà industriale.
Vediamolo nei tre gruppi di culture:

- Nella cultura occidentale è visto come incremento indefinito di beni materiali e diminuzione del lavoro fisico. Ciò è reso possibile dall’idea che dobbiamo “manipolare il mondo” data l’assoluta supremazia della nostra specie; per questo l’Occidente è dominato dal dèmone del fare, cui sacrifica il vivere e l’essere.
      Ogni generazione si pone come scopo di lasciare un mondo “migliore” di come l’ha ricevuto. Naturalmente non ci riesce affatto.

- Nelle culture orientali il progresso consiste nell’aumento della percezione e della serenità mentale, è interpretato come un avanzamento sulla via del non-ego e della serenità (nirvana).

- Nelle culture animiste non c’è alcun bisogno dell’idea di progresso: manipolare la Natura significa alterare il sacro e sé stessi e perdere l’armonia del mondo.
Nelle civiltà tradizionali ogni generazione si pone come scopo di lasciare il mondo il più possibile uguale a come l’ha ricevuto, perché l’Anima del mondo non si deve e non si può modificare.

Queste culture non sono affatto prese dai problemi della sopravvivenza materiale, cui non dedicano più di poche ore al giorno. Tutto il resto del tempo è dedicato all’aspetto magico-spirituale della vita, a dare un senso all’esistenza. La civiltà moderna non ci ha regalato il “tempo libero”.
I popoli tribali dipendono dalle loro terre come nessun altro. Da esse infatti traggono i cibi, i medicinali, i materiali da costruzione e i contenuti spirituali e culturali. Invadere la fragile foresta amazzonica significa impedire agli indios di vivere della caccia e della raccolta tradizionali e costringerli, nella migliore delle ipotesi, a lavorare per gli invasori come manovali.
Aprire una miniera in una delle terre sacre dell’Australia equivale a conficcare un coltello nel cuore del patrimonio culturale di una popolazione aborigena e recidere le radici, vecchie di quarantamila anni, che alimentano la sua anima.
Paragoniamo la vita degli indios dell’Amazzonia con quella dei poveri che vivono nelle città, ai margini della cosiddetta civiltà: gli indios vivono serenamente in abitazioni confortevoli, in comunità dove la solitudine è sconosciuta, e hanno un’alimentazione variata e sana. Provvedono a tutti loro bisogni lavorando solo tre o quattro ore al giorno riuscendo, quindi, a dedicare molto tempo ai bambini, alla filosofia, alla religione e ai riti.
Per contro, i poveri del Terzo Mondo, che dovrebbero beneficiare della “civiltà”, diventano ogni giorno più poveri a dispetto delle ingenti somme spese in aiuti. La morte e la malattia, l’abuso di droga e alcool sono per loro fatti consueti. E questo perché lo sviluppo, la costruzione di dighe, l’industria mineraria, ecc. non apportano benefici alle popolazioni tribali, le cui terre vengono invece distrutte, con tutta la Natura in esse vivente.
Infine, ecco come alcune culture amerindiane poeticamente scandivano il ritmo quasi-mensile:
- la luna quando le anatre tornano e si nascondono (febbraio);
- la luna quando appare l’erba (aprile);
- la luna quando fioriscono i gigli rossi (giugno);
- la luna quando i cervi perdono le corna (agosto);
- la luna degli alberi colorati (ottobre);
e così via  (34).


Note al Capitolo 6

(30) Termine sanscrito che significa letteralmente “Quello”. E’ usato per indicare la sostanza primordiale, immanente in tutte le cose, che può manifestarsi come psiche, materia, energia.
(31) Chandogya Upanishad, 10° khanda, da Upanishad, Ed. UTET, 1976.
(32) Notizie tratte da alcuni quotidiani e dal periodico Paramita – Quaderni di Buddhismo.
(33) Rappresentazione simbolica universale in un finissimo e complicato disegno colorato, denso di particolari carichi di significato.
(34) Queste espressioni sono tratte dal volume: Dee Brown - Seppellite il mio cuore a Wounded Knee - Ed. Mondadori, 1972.


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7 – TENDENZE DEL PENSIERO ATTUALE      OMISSIS                                              
      1 – Biologia – Psicoanalisi – Antropologia 

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8 – TENDENZE DEL PENSIERO ATTUALE       OMISSIS                                              
        2 – Fisica – Cosmologia

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9 – VISIONE OLISTICA DEL MONDO


Mi abbandono alla convinzione fiduciosa che il mio conoscere è una piccola parte di un più ampio conoscere integrato che tiene unita l’intera biosfera.
Gregory Bateson

Chi si astiene dal maltrattare ogni essere senziente, a maggior ragione si asterrà dal nuocere ai suoi simili. Più grande sarà la sua amicizia per il genere animale, più grande sarà la giustizia che porterà verso il genere umano.
Porfirio di Tiro (270 d.C.)

Buddha, meditando sul modo di liberare l’umanità dall’oppressione del dolore, giunse a questa verità: che, quando l’uomo consegue il suo fine più alto, dissolvendo nell’universale tutto ciò che è individuale, si libera dalla servitù del dolore.
Tagore

Nel nuovo paradigma il rapporto fra le parti e il tutto è invertito. Le proprietà delle parti possono essere comprese solo alla luce della dinamica dell’intero. In definitiva, le parti non esistono. Ciò che chiamiamo parte è solo una configurazione in una rete inseparabile di relazioni.
Fritjof Capra

Dio è infinito nell’infinito, dovunque in tutte le cose, non al di sopra né fuori di esse, ma ad esse assolutamente intimo.
Giordano Bruno

Credo nel Dio di Spinoza, che si manifesta nell’armonia di tutte le cose, non in un Dio che si interessa del destino e delle azioni degli uomini.
Albert Einstein



Quando si parla di ecologia e protezione della Natura, occuparsi di “visioni del mondo” sembra una cosa più astratta, o meno pratica, rispetto a dare consigli sullo smaltimento dei rifiuti o la conservazione delle foreste, ma è soltanto perché parlare di “visioni del mondo” ha effetti a scadenza molto più lunga. Sono però aspetti che toccano molto più in profondità il comportamento e gli atteggiamenti, rispetto ai più immediati consigli pratici di ecologia spicciola.


Premesse
Riassumiamo qualche fondamento delle conoscenze attuali incompatibile con il sottofondo culturale ebraico-cristiano e con il dualismo di Cartesio:

- Né la Terra, né il Sole, né niente altro sono al centro di qualcosa: gli astri sono tutti ugualmente granelli nel mare dell’Infinito. Non c’è nessun centro di alcun tipo.

- L’umanità è una specie animale comparsa su uno dei tanti pianeti solo tre milioni di anni fa, contro i tre o quattro miliardi di anni di esistenza della Vita sulla Terra e i quindici o venti miliardi trascorsi dalla presunta nascita dell’Universo, ammesso che il Tutto non sia qualcosa di pulsante ciclicamente da sempre. Quindi il presunto “re del Creato” sarebbe arrivato un po’ tardino, mentre il suo cosiddetto “regno” lo stava aspettando con scarsa impazienza.
Inoltre, ci vuole una bella presunzione a pensare di “migliorare” ciò che ha impiegato quattro miliardi di anni per divenire ciò che è. L’umanità fa parte in tutto per tutto della Natura. I fenomeni vitali sono uguali in tutte le specie.

- La cultura occidentale ha solo due o tremila anni, la civiltà industriale ha duecento anni: si tratta di tempi del tutto insignificanti. Anche il concetto di progresso ha una vita brevissima, non più di due o tre secoli; evidentemente si può vivere anche senza questa idea fissa.
La divisione fra preistoria e storia è solo uno schema mentale della nostra cultura, che serve ad alimentare una certa visione del mondo. Non c’è alcun motivo, né alcuna scala di valori privilegiata, per considerare una cultura migliore o peggiore di un’altra. Si noti poi che si usa chiamare “storia” ciò che è accaduto negli ultimi cinquemila anni alla civiltà occidentale e viene liquidata con l’unica etichetta di “preistoria” tutta la Vita della Terra, cioè quattro miliardi di anni e cinquemila culture umane.

- Il funzionamento mentale essenziale, il comportamento, sono in sostanza simili in tutte le specie animali vicine a noi. In gran parte si tratta di fenomeni non-coscienti.

- La fisica quantistica ha dimostrato l’impossibilità intrinseca di descrivere fenomeni materiali o energetici senza considerare l’osservazione; ciò significa che, senza la mente, la materia-energia è priva di significato, non è in alcun modo descrivibile, è “priva di realtà”, è solo una specie di onda di probabilità. Della fisica meccanicista di Newton resta solo la funzione pratica, anche se nelle nostre scuole di base non c’è traccia del profondo cambiamento avvenuto.

Da questo quadro rinasce una concezione antichissima e assai diffusa: l’animismo. Una forma di “mente” deve essere ovunque, è insita nell’universale, se vogliamo evitare il paradosso dell’”osservatore” che determina la cosiddetta realtà. La distinzione fra spirito e materia cade completamente. Tornano alla memoria il Grande Spirito e lo spirito dell’albero, della Terra, del fiume, del bisonte.
C’è un’altra leggenda da sfatare, quella della cosiddetta neutralità della scienza, o indipendenza della scienza dalle concezioni metafisiche. La scienza ufficiale ricorre spesso a vere acrobazie intellettuali pur di non uscire dal paradigma cartesiano, che considera “ovvio” ed “acquisito”. Così si trova in vie senza uscita, ed a volte è costretta a negare o a non considerare i fatti non inquadrabili in quello schema concettuale, pur di non mettere in discussione le premesse: e allora deve far sparire intere categorie di fenomeni di interferenza macroscopica, o non-distinguibilità, fra spirito e materia, con la scusa che non sarebbero “ripetibili”.
Le gravi difficoltà della fisica provengono dalla disperata insistenza nel volere inquadrare le conoscenze moderne nel paradigma cartesiano.
Eppure ancora oggi, per apparire “moderne”, tante persone amano definirsi “cartesiane” o “razionali”, non sapendo di difendere invece il pensiero dell’Ottocento. Le idee del filosofo francese sono accettate dalla grande maggioranza delle persone semplicemente perché ciò che respiriamo fin dalla nascita ci appare ovvio, il che significa che non ci appare affatto. Ma il primato del razionale sull’emotivo e sull’intuitivo è solo un pregiudizio della cultura occidentale odierna.

Gli opposti
La cultura occidentale vede tutto spaccato in due: questo è già motivo di ansietà; non solo, ma considera “opposte” le due parti e le vive in modo schizofrenico, non le considera due poli indivisibili, due facce della stessa medaglia, due aspetti della stessa cosa.
Pensa che un “polo” sia migliore e pretende di far sparire l’altro polo.
Alcuni scienziati stanno perfino cercando disperatamente il “monopòlo” magnetico, cioè vogliono “scoprire” un polo nord senza il polo sud, cosa risultata finora impossibile. Ma forse anche il monopòlo sarà una creazione della mente. Perfino nel magnetismo sembra che qualcuno consideri il polo nord “un po’ più bello” del polo sud.
Se vogliamo usare la terminologia del Taoismo, l’Occidente vuole un Universo solo Yang: lo Yin deve essere abolito; come se questo avesse senso. Comunque, in tal modo si causa solo angoscia. L’Occidente vuole il sereno senza la pioggia, il tempo unidirezionale e non quello ciclico, vuole la competizione, la supremazia, l’affermazione dell’ego, il progresso verso il futuro come una semiretta. Vuole la vita senza la morte, l’Essere senza il Nulla, l’attività senza la passività, il fare senza il meditare, la crescita senza la diminuzione.
I giornalisti del mondo economico arrivano a non nominare neppure la diminuzione, vogliono esorcizzarla chiamandola “flessione”, che invece è un’altra cosa. Come se fosse possibile avere le montagne senza le valli.
Questo vedere il mondo come complementarietà di Yin e Yang e non come inseguimento di un polo solo è in fondo la filosofia per la quale era ben difficile che in Cina potessero nascere il progresso tecnologico e la civiltà industriale mille anni prima che in Occidente.

Per quanto riguarda la morte, vediamo come è venuta.
Due o tre miliardi di anni orsono, la Terra era popolata di microorganismi che si riproducevano dividendosi in due: quindi non morivano.
C’era a disposizione un patrimonio genetico che poteva rinnovarsi solo con molta lentezza attraverso qualche mutazione. Era assai difficile creare organismi nuovi.
Per consentire il sorgere di varietà, bellezza e spiritualità nella vita bisognava avere tante forme e organismi nuovi: quindi mescolare il tutto in modo molto più rapido e creativo.
Perciò la Natura - che potete chiamare anche Dio - inventò il sesso e la morte.
Ecco perché, da allora, si è resa utile e necessaria la morte per consentire la Vita. La morte è solo l’altra faccia della vita.

Oggi imperano le immagini nate dal computer, che alcuni salutano come non-meccaniche, come olistiche. Ma anche se introducono le idee non-meccaniche di informazione e di relazione, si basano – a livello elementare – su una logica binaria, ancora su un dualismo SI-NO o pieno-vuoto, quindi su una contrapposizione. Inoltre perpetuano la divisione cartesiana, ribattezzata hardware e software.
Ben difficilmente una visione di questo tipo può essere un punto di partenza per fondere o integrare le cosiddette due culture, o un approccio per integrare gli opposti.
La fisica quantistica invece ammette una logica “SI e contemporaneamente NO”, “vuoto e contemporaneamente pieno”, e può accettare posizioni non-quantitative e non-meccaniche. Con l’indeterminazione universale si possono integrare gli opposti vedendoli come complementari e compresenti. Non si tratta di una logica trinaria SI-NO-NON SO ma di una possibilità multipla indeterminata. Anche distinzioni come reale-immaginario, scoperta-invenzione, e così via, perdono significato. Con il nuovo approccio si potrebbe uscire dall’intrico delle innumerevoli particelle che vengono via via “scoperte”: altrimenti si finirà con trovare tutto quello che si cerca, pur di cercarlo in un certo modo, cioè si potranno inventare-scoprire chissà quante altre “particelle” in una sequenza senza fine. Ormai tutte queste “entità” hanno un contenuto mentale a malapena celato dal linguaggio matematico.
Con una eventuale rifondazione concettuale non-cartesiana, non si avrebbe più soltanto una “fisica” nel senso materialistico o prequantistico, ma qualcosa di più, rendendosi sempre più evanescente anche la distinzione fra fisica e metafisica, fra conoscenze “materiali” e “spirituali”. Soprattutto, in questo senso, la nuova fisica può essere il ponte per collegare le cosiddette “due culture” e portare a una progressiva scomparsa della loro distinzione.

Visioni del mondo

     Fra le tantissime “visioni del mondo” presenti nell’umanità è assurdo che esista quella “vera” o “giusta” perché questo costituirebbe una inspiegabile asimmetria.
     Pertanto l’idea della “verità” è una caratteristica che discende dalla visione cartesiana del mondo “oggettivo” o “reale” che “è” in un certo modo.
     Le visioni del mondo sono tutte equivalenti e reali in quanto tali e in quanto manifestatesi in qualche sistema di pensiero. Non può esserci quella più “vera” o più “giusta” delle altre.  Altrimenti, come potevano manifestarsi tante visioni diverse e inoltre variabili continuamente nel tempo?
     Anche le religioni (componenti essenziali della visione del mondo) sono tutte ugualmente vere o non-vere. Costituiscono il nostro rapporto con l’Invisibile.
     Abbiamo già accennato al concetto di verità. Le domande sono assai stimolanti, le cosiddette risposte “definitive” portano solo guai. Non si tratta di chiedersi “Non avrà ragione l’altro?” perché questo presuppone che esista una “ragione”. Non si tratta neppure di “essere sempre in dubbio” perché ciò presuppone qualcosa di sicuro e reale su cui dubitare, significa che si è in dubbio su qualche “verità”.
     Il concetto di dubbio presuppone quello di verità. Diverso è abolire l’antitesi vero-falso, considerando i due termini come complementari e compresenti. Così la distinzione fra “i fatti” e “le opinioni” è illusoria, perché quelli che vengono chiamati “fatti oggettivi” sono soltanto le opinioni di un modello culturale umano: nel nostro mondo vengono chiamati fatti reali le opinioni della cultura occidentale. In ogni cultura si forma una verità, che però vale quanto qualsiasi altra.
     Comunque il concetto di “verità assoluta” e la conseguente necessità di “scoprirla” possono essere assimilati a una gabbia, a un’oppressione.
     L’universale appare come spirito o come materia, a seconda di cosa si cerca. Come il fisico trova particelle o onde a seconda di cosa cerca, così le culture materialiste trovano materia, le culture animiste trovano spiriti.
     Ogni disputa su quale sia l’interpretazione “giusta” è priva di significato: è questo dualismo, creato da noi, che fa nascere il problema, altrimenti inesistente.
     Solo in assenza del concetto di verità si può vedere qualcosa di assoluto, o non-differenziato. La verità è mutevole e sfuggente, mentre la variabilità è universale e incessante.

   Cartesio ci ha condannato alla verità, ma già quattro secoli orsono Montaigne aveva scritto: Il concetto di certezza è la più solenne scemenza inventata dall’essere umano.
    Del resto queste non sono neppure novità, se si pensa ad antiche affermazioni, quali ad esempio:

- “Il Tao che può essere spiegato non è il vero Tao” (Lao-Tse);

- “Quello che ho da insegnare non può essere insegnato” (Buddha);

- Infine, alla domanda di Pilato: “Cosa è la verità?”, Cristo rispose con il silenzio.

 Per quanto riguarda l’integrazione di opposti del tipo “colui che agisce” e “la materia su cui si agisce”, si noti che le stesse lingue europee ci impediscono di pensare a un processo che avvenga spontaneamente, che abbia in sé la sua ragione d’essere.
    Pensiamo sempre a “qualcuno” che agisce, a qualcosa di “esterno” che causa gli eventi. Non siamo psichicamente attrezzati per concepire l’immanenza; così pure traduciamo a volte come non-azione il termine taoista wu-wei, che significa “azione spontanea secondo la natura delle cose.
     Ogni verbo deve avere un pronome per soggetto, un agente: così siamo abituati a pensare che una cosa non sia al proprio posto se non c’è qualcuno o qualcosa che le assegna quel posto, se non c’è un responsabile. L’idea di un processo che avviene totalmente da solo quasi ci spaventa: ci sembra che manchi l’autorità. L’idea del Dio dell’Antico Testamento e il dualismo cartesiano ricompaiono ovunque.

Stabilità e movimento
L’antica divergenza metafisica fra Eraclito e Parmenide, cioè il contrasto fra il divenire e l’essere, è anch’essa una questione di visioni complementari. Apparentemente, con il fluire perenne e imprevedibile, con il divenire e le leggi del caos, la disputa sembra “risolta” a favore di Eraclito, dopo 2500 anni. L’universo appare un fluire incessante se teniamo il tempo come una variabile autonoma.
Adottando un approccio quadridimensionale, cioè comprendendo il tempo come variabile intercollegata a quelle spaziali, ci troviamo in un quadro diverso, che appare “immobile”.  In un universo di Minkowsky – direbbero i matematici – il mondo sembra parmenideo, “immutabile”.
Ma non si tratta di visione giusta o sbagliata.
Il dilemma è insolubile, in quanto intrinsecamente inesistente. Si tratta di modalità complementari che si attirano a vicenda, non di posizioni contrarie.
In uno dei frammenti dello stesso Eraclito, si trova scritto che il mutamento incessante presuppone uno sfondo immobile senza il quale non si potrebbe apprezzare il movimento.

Conclusioni
Proviamo ad abbozzare qualche conclusione.
Esiste un approccio di tipo riduzionista mirante allo studio delle cause elementari prime di un fenomeno, che suppone sempre scomponibile in parti più semplici, e c’è un approccio di tipo olistico, che parte dalle proprietà globali di un sistema, non riducibile all’insieme dei suoi elementi.
Il fisico fa riferimento continuo alle particelle elementari, il biologo al DNA, il sociologo all’individuo, sperando di ridurre il complesso al semplice, e così viene fatto per gli ecosistemi.
Ma la recente nozione di complessità è diversa. Il tutto vale di più della somma delle parti, perché ci sono le mutue correlazioni. Non solo, anche il modo di scegliere i componenti (che singolarmente non hanno alcuna realtà autonoma) è arbitrario, perché presuppone una cornice concettuale preconcetta, un pregiudizio.
Il riduzionismo nasce dal paradigma dominante dell’Occidente, cioè dall’idea che sia possibile scomporre qualsiasi cosa, o evento, in parti separate.
L’approccio riduzionista è stato quello seguito soprattutto negli ultimi secoli e che ha portato alla visione del mondo e al modo di vivere attuali delle genti di cultura occidentale, o che hanno assorbito i valori di tale cultura. L’approccio olistico riesce difficile a chi è nato con i fondamenti del primo e sta appena cominciando a manifestarsi oggi in forma individuale o poco più.
Quindi per ora possiamo anche ritenerci liberi di immaginare, o di sperare. Il passaggio necessario per attuare e rendere abituale un nuovo modo di pensare è difficilissimo, anche per chi ne fosse convinto intellettualmente. Ciascuno può immaginare a suo modo le conseguenze che potranno derivare da un’eventuale affermazione su scala generale dell’approccio olistico.

Come esercizio, proviamo ad immaginare un mondo in cui:

- gli opposti sono soltanto aspetti complementari della stessa cosa;

- la morte è semplicemente l’altra faccia della vita: la Natura è fatta di entrambe come aspetti inscindibili dello stesso fenomeno;

- non c’è niente da combattere, niente da dimostrare, nessuna gara da vincere o perdere, non c’è alcun bisogno di graduatorie né di primati. I concetti stessi di vittoria, sconfitta e sfida sono inutili;

- non c’è nulla da conquistare, manipolare, alterare;

- i concetti di ragione e torto, merito e colpa, sono soltanto pericolose sovrastrutture della mente, che eccitano la violenza e spengono il sorriso;

- non c’è alcuna distinzione fra spirito e materia, fra umanità e natura, fra Dio e il mondo. La mente è diffusa, universale, indivisibile. Non siamo alcunchè di particolare, né di centrale.

Poiché è sparita l’idea di “realtà oggettiva”, i concetti di verità e di certezza diventano inutili: con tutto in continuo dinamismo, il concetto di verità tende a coincidere con quello di Natura e quindi, in una visione panteista, con l’idea della divinità.
E’ bene chiarire che non si tratta di una visione statica, di un mondo in cui l’assenza del concetto di “progresso” comporti un modo di vivere immutabile, sempre uguale a sé stesso, oppure “di attesa”. In un certo senso, si può paragonare ad un fiume: sembra simile a sé stesso, ma invece scorre, magari anche velocemente.
Nel torrente non ci sono mai due istanti in cui passa la stessa acqua, che è continuamente in movimento. I sassi sono là in mezzo: non vengono aggrediti o spaccati, ma lasciati dove sono. L’acqua li aggira, passa ugualmente e scende verso il piano e il mare.
Non si tratta di “non fare”, ma di agire seguendo il corso naturale delle cose, secondo la Natura. Così si può continuare a fare oscillare un pendolo colpendolo ritmicamente, purchè i colpi siano sincroni con la sua frequenza.
Inoltre, oggi nel nostro mondo c’è un’ossessiva invasione di termini come lotta, battaglia, supremazia, competizione, gara, sfida, vittoria, sconfitta e simili: basta leggere un giornale per rendersi conto di quanti fatti vengano interpretati con questo schema.
Nella nuova visione, proviamo invece a privilegiare l’aspetto cooperativo e universalizzante nei confronti di quello competitivo e autoassertivo oggi esaltato in modo abnorme dalla cultura occidentale; con altro linguaggio, si tratta di recuperare l’aspetto “femminile” del mondo.
Proviamo anche a lasciar perdere qualche “simbolo” animale, smettiamo di esaltare chi imita l’aquila, il leone, la tigre per la loro simbolica aggressività. Il mondo è pieno di roditori, non di aquile che, poverette, stanno per estinguersi per la folle espansione umana. Per frenare un po’ la mania imperante, è ora di fare l’elogio del coniglio, l’elogio della fuga, in senso anche emotivo, psicologico. (63)
Non c’è alcun bisogno di “battaglie”, ma c’è bisogno soprattutto di comprendere, accettare e sorridere. La “lotta per la pace” è un’espressione ambigua, perché la pace è una condizione di non-lotta: è un atteggiamento. Si tratta di renderlo universale. Ripeto, questo non significa “far niente” o “lasciar fare”: l’azione più utile è forse quella della diffusione di idee, cioè quella di opporsi a idee correnti preconcette, magari col sorriso. Contribuire attivamente a rendere universale l’idea di non-lotta è comunque un’azione.

Il mondo non è una cosa da conquistare, ma è l’Insieme di cui facciamo parte. Se poi dobbiamo proprio cercare di “far crescere” qualcosa, vediamo di migliorare le nostre qualità percettive per raggiungere una migliore sintonia con il ritmo vitale del Cosmo. Non è che in un mondo del genere ci sia “niente da fare” o “niente a cui pensare”: si possono ammirare i fiori e gli alberi, guardare la luna e le stelle, osservare il volo degli uccelli e sentirsi in sintonia con essi, e soprattutto pensare, partecipare della simbiosi universale.
Se abbandoniamo la manìa del successo e assaporiamo il piacere della non-competizione faremo rinascere il gusto di vivere.
Nella concezione che vede mente e materia come unica espressione indivisibile della Natura, siamo certamente abbastanza lontani dall’idea della “materia bruta” mossa da qualcosa di “esterno”, dall’idea di un mondo fatto per noi e manipolabile a nostro vantaggio (!) e piacimento. La realtà di oggi, dovuta all’affermarsi di un particolare modo di pensare in una cultura umana, quella occidentale, dimostra che i disastri arrecati dalla nostra specie all’Equilibrio Globale sono di gravità infinitamente maggiore di quelli eventualmente provocati dagli altri esseri viventi, ma non si tratta solo di considerazioni etiche, perché, se non cambieranno le premesse culturali, i disastri – già enormi – diventeranno irreversibili. Anche se la Natura riuscirà su tempi lunghi a riportare un equilibrio (come fa con le altre specie, ma su scala ben più piccola), ne risulterà una situazione molto più “povera” di Vita e mente.
Il fatto di non considerarci “esseri speciali” o “in posizione centrale” non deve affatto indurre al pessimismo; anzi, è motivo di lieta serenità.
Invece del Dio-Persona distinto dal mondo e giudice delle azioni umane, troviamo il Dio-Natura immanente in tutte le cose, e quindi anche in noi stessi, che ne siamo partecipi. La Divinità osserva sé stessa anche attraverso gli occhi di una marmotta, o di una formica, o l’affascinante e misteriosa sensibilità di un albero.

Note al Capitolo 9

(63) Henry Laborit – Elogio della fuga – Ed. Mondadori, 1982.


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10 – COSA FARE ORA


Nel 1953 mi resi conto che la linea retta porta alla caduta dell’umanità. Ma la linea retta è divenuta una tirannia totale! E’ una linea tracciata da una mano pavida, col righello, senza riflessione o sentimento: una linea che non esiste in natura. E quella linea costituisce il corrotto fondamento della nostra dannata civiltà. Anche se da più parti è stato osservato che essa ci sta rapidamente portando alla malora, il suo corso continua ad essere disegnato... Ogni opera realizzata con linee rette nasce senza vita. Oggi siamo testimoni del trionfo della cultura razionalista, eppure ci troviamo davanti a un vuoto. Ed è vuoto estetico, deserto di uniformità, criminale sterilità, perdita di potere creativo. La creatività stessa è prefabbricata. Siamo divenuti impotenti, incapaci di creare. Questa, è la nostra vera ignoranza.
Friedensreich Hundertwasser

Staccarsi progressivamente dall’esistenza è l’insegnamento tradizionale dell’India, l’immersione frenetica nel vivere è l’inarrestabile malattia dell’Occidente. Abbiamo esportato dappertutto questo nostro miasma, eccitatore di violenza, spegnitore di sorriso.
Guido Ceronetti

La religione del futuro sarà una religione cosmica. Dovrebbe trascendere un Dio personale ed evitare dogmi e teologia. 
Incorporando sia il mondo naturale che il mondo spirituale dovrebbe fondarsi su un senso religioso che scaturisce dall’esperienza di ogni cosa, naturale e spirituale, come di un’unità piena di significato.
Albert Einstein


Premesse
L’ecologia profonda è un sistema di pensiero: non richiede azioni drastiche o violente né dimostrazioni plateali. Un movimento si ispira a un’ecologia profonda se ne segue la radicalità del pensiero e intacca alla radice gli attuali fondamenti culturali, non se compie azioni fanatiche o di rottura. Non si può comunque dimenticare che per modificare il sottofondo filosofico del pensiero generale e quindi l’atteggiamento verso la Natura occorrono tempi lunghi.

Quasi tutti i movimenti ecologisti oggi presenti in Italia, e forse nel mondo, si fondano sulle concezioni dell’ecologia di superficie.
E’ probabile che l’azione ecologista impostata senza modifica del pensiero generale comporti solo vantaggi limitati nel tempo e non riesca ad evitare un successivo collasso del Pianeta. Comunque, in questo mondo dominato dalla religione industriale-tecnologica, anche la posizione “di superficie” è assai utile, soprattutto per salvare almeno isole di Natura e per guadagnare tempo, dando così qualche possibilità di diffusione a filosofie naturali più profonde.
Nelle nostre scuole non c’è praticamente alcuna traccia delle tendenze del pensiero moderno cui si è accennato nel testo. Il sottofondo cartesiano-newtoniano è sempre presente e non viene mai messo in discussione. Si vogliono ottenere tecnici e specialisti, non offrire un panorama delle diverse visioni del mondo. Così si perpetua l’attuale aggressione alla Natura.
Comunque, nei cenni di confronto fra diverse concezioni, un po’ schematizzate per semplicità espositiva, non ho inteso dare alcun giudizio di valore né voluto considerarne qualcuna “migliore” di qualcun’altra. Ho cercato solo di evidenziare che le idee-guida della civiltà industriale non sono né uniche, né più “vere”, né migliori di tante altre. Fra le varie concezioni globali, quelle “non-ecologiche”, come quella diffusa oggi nella nostra cultura, sono sostanzialmente impossibili, su tempi lunghi, perché incompatibili con il sistema biologico terrestre, cioè con il funzionamento vitale della Terra.
       Si potrebbe ripetere la premessa di Bateson ai corsi di una Università americana:

E’ una questione di obsolescenza. Mentre buona parte di ciò che le Università insegnano oggi è nuovo e aggiornato, i presupposti o premesse di pensiero su cui si basa tutto il nostro insegnamento sono antiquati e, a mio parere, obsoleti.

Mi riferisco a nozioni quali:

- Il dualismo cartesiano che separa la “mente” dalla “materia”.

- Lo strano fisicalismo delle metafore che usiamo per descrivere e spiegare i fenomeni mentali: “potenza”, “tensione”, “energia”, “forze sociali”, ecc.;

- Il nostro assunto antiestetico, derivato dall’importanza che un tempo Bacone, Locke e Newton attribuirono alle scienze fisiche; cioè che tutti i fenomeni (compresi quelli mentali) possono e devono essere studiati e valutati in termini quantitativi.

La visione del mondo – cioè l’epistemologia latente e in parte inconscia – generata dall’insieme di queste idee è superata da tre diversi punti di vista:

- Dal punto di vista pragmatico è chiaro che queste premesse e i loro corollari portano all’avidità, a un mostruoso eccesso di crescita, alla guerra, alla tirannide e all’inquinamento. In questo senso, le nostre premesse si dimostrano false ogni giorno, e di ciò gli studenti si rendono in parte conto.

- Dal punto di vista intellettuale, queste premesse sono obsolete in quanto la teoria dei sistemi, la cibernetica, la medicina olistica, l’ecologia e la psicologia della Gestalt offrono modi manifestamente migliori di comprendere il mondo della biologia e del comportamento.

- Come base per la religione le premesse che ho menzionato divennero chiaramente intollerabili e quindi obsolete circa un secolo fa.

   Ogni aspetto della nostra civiltà è necessariamente spaccato in due. Nel campo dell’economia ci troviamo di fronte a due caricature esagerate della vita – quella capitalista e quella comunista – e ci viene detto che dobbiamo schierarci per l’una o per l’altra di queste due mostruose ideologie in lotta. Nella sfera del pensiero, siamo lacerati tra varie forme estreme di negazione dei sentimenti e la forte corrente del fanatismo anti-intellettuale.  (64)

Agli atteggiamenti, agli schemi mentali ed ai comportamenti dispotici di cui i sistemi economici capitalisti o socialisti sono intessuti, alla loro cultura riduzionistica e meccanicistica, la nuova cultura propone di sostituire l’idea di cooperazione simbiotica con la natura, una visione sistemica della vita, il riconoscimento dei diritti degli altri animali, una concezione olistica della salute del corpo e della mente.
Per un settore delle scienze sociali che alla fine del secolo ventesimo appare in crescita, sebbene ancora minoritario, la nuova sensibilità per i problemi della sopravvivenza e dell’adattamento dovrebbero tradursi in misure originali della qualità della vita.
Fino ad oggi le misure del livello di vita sono state basate esclusivamente su indicatori economici. Ma, per quanto siano disaggregati e ponderati, gli indicatori economici presentano una correlazione assai scarsa con il benessere fisico e psichico; e in certi casi, anzi, presentano una relazione inversa, come mostrano quegli indicatori di malessere che sono i tassi di criminalità, suicidi, tossicodipendenze e malattie mentali caratteristici della civiltà industriale.

Allenamento
Siete qui, in mezzo a un mondo tecnologico e inquinato. Automobili corrono ovunque. Questa è la realtà di oggi. 
Non potete lasciare tutto, anche perché siete parte di quanto vi sta attorno.
Potete provare a fare qualcosa di diverso, o di normale, ma con atteggiamenti nuovi. Prendete un sacco in spalla e girate per le montagne: le Alpi si prestano bene. Da una valle all’altra, dormendo dove capita: rifugi, o baite, o fienili. Ricordate l’atteggiamento: non competere con nessuno e con niente, né arrivare prima né dopo di alcunchè. Non c’è alcun tempo da rispettare.
Se piove o c’è la nebbia, godetevele: anch’esse hanno la loro magica bellezza. Anche la pioggia ha il suo bello, e le nuvole sono meravigliose.
Il tempo qualche volta è bello, e qualche volta no.
L’atteggiamento mentale sarà di non-competizione, mai di conquista. Non dovete dimostrare niente a nessuno, neppure a voi stessi; non dovete competere né con il tempo, né con la montagna, né con niente altro. L’esperienza sarà rasserenante, di percezione della Totalità, sentendovi parte della Natura, in posizione di non-contrasto, di non-dualità. Il camminare lento e ritmico della salita concilierà questa integrazione. La respirazione profonda e il ritmo lento vi saranno amici. Non sarà necessario “raccontare”, né “dimostrare” niente. Non preoccupatevi della fatica: niente vi aspetta, niente ha fretta. Il corpo non si affaticherà, se in armonia con il profondo.
Potete sostare quando volete, parlare dell’Essere, o dell’ultima pianticella incontrata. Ma non strappatela, non raccogliete. Potete prendere un fungo, se poi lo mangiate quella sera; o fragole e mirtilli. Altrimenti lasciate stare la Manifestazione, anche voi siete Quella.
Potreste andare anche in pianura, ma in Europa questa possibilità è perduta. Sulle montagne potete ancora. Tenetevi lontani dal fondovalle invaso dalle auto; state lontani il più possibile anche dalle funivie. Potete anche pensare a nulla, o al Nulla. Fermatevi quando volete, dove volete. E’ una esperienza non di alpinismo, ma soprattutto di integrazione nella Natura alpina.
Non dovete conquistare né dimostrare niente, neanche a voi stessi. Non c’è da lottare con la montagna, né conquistarla: non ha senso. L’io deve attenuarsi, non esaltarsi. Solo contemplazione, ritmo, e percezione. Oppure Nulla.
Anche se siete materialista, sarà un’esperienza edificante: vi riposerà. Lasciate a casa l’automobile, scenderete ben lontano da dove siete partiti. Per recarvi alla partenza e per tornare dopo, usate il treno, o le corriere.
Poi vi disintossicherete dall’inquinamento: sulle montagne ci sono gli ultimi posti con aria e acqua pure.
Se non siete materialista, vi sentirete maggiormente parte della Mente Universale, della Natura, e questo contribuirà all’allentamento dell’ego. Assaporate il piacere della non-competizione. Se vi salta in mente di salire una cima, non è per conquistarla, ma per integrarvi con una natura di quota maggiore. O per niente, senza nessun altro scopo.
    Potreste scoprire che, dopo avere magari provato a fare viaggi in treno, auto, aereo, pullman e nave, il mezzo più bello e completo per passare qualche settimana girando è viaggiare a piedi. E’ il mezzo meno pericoloso e più soddisfacente. Chi seguiva le carovane al passo dello yak o del cammello viveva anche durante il viaggio, senza preoccuparsi della rapidità, a cui si sacrifica già troppo durante il tempo lavorativo.
Cercate di dimenticare la velocità, questo valore così strano della nostra epoca e della nostra civiltà.

Azioni possibili
Credo che la cosa migliore sia vivere normalmente, coscienti però che il nostro comportamento dipende dal fatto che siamo nati in una determinata cultura umana e che su questo punto possiamo fare ben poco.
   Ma, oltre all’eventuale allenamento sopra accennato o altri simili, possiamo seguire i dettami dell’ecologia di superficie, che non provocano alcun trauma culturale.

      Inoltre è certamente utile:

- parlare, scrivere, diffondere il più possibile le idee dell’ecologia profonda, o perlomeno evidenziare quali schemi concettuali hanno generato le idee correnti, che sono particolari di una cultura umana – per quanto potente – e non tendenze naturali ed evidenti di tutta l’umanità;

- evidenziare che la scala di valori accettata comunemente non è migliore di qualunque altra;

- fare uscire questi argomenti di fondo da ristrette cerchie di studiosi per renderli oggetto di divulgazione e di dibattito;

- cercare di influenzare qualche forza politica o autorità didattica soprattutto allo scopo di modificare l’istruzione di base o, in altre parole, i programmi scolastici, per comprendervi i fondamenti di altre culture umane, con sottofondo orientale e animista. Ora le forze politiche organizzate non sospettano neppure che possano esistere istanze del genere.
Poi gli eventi seguiranno il loro corso e la cultura occidentale cambierà, anche se è difficile che un modello culturale riesca a concepire la propria fine. Speriamo che si modifichi in tempo e così a fondo da rendersi compatibile con la Vita sulla Terra.


Note al Capitolo 10

(64) Gregory Bateson – Mente e Natura – Ed. Adelphi, 1984



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BIBLIOGRAFIA
(solo di libri in lingua italiana)
(aggiornata al maggio 2006)



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10 - Bateson G. – Mente e Natura – Adelphi, 1984
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SOMMARIO

1 – Introduzione                                                                          

2 – L’ecologia di superficie                                                        

3 – L’ecologia profonda                                                              

4 – Il mito delle origini - OMISSIS

5 – Il materialismo e lo sviluppo                                                              

6 – Occidente – Oriente – Animismo                                         

7 – Tendenze del pensiero attuale      OMISSIS                                              
      1 – Biologia – Psicoanalisi – Antropologia

8 – Tendenze del pensiero attuale       OMISSIS                                              
        2 – Fisica – Cosmologia

9 – Visione olistica del mondo                                                    

10 – Cosa fare ora                                                                       

          Bibliografia  



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IMPORTANTE
L’opera da noi pubblicata rappresenta un primo lavoro di base di Guido Dalla Casa specificatamente dedicato all’Ecologia profonda. Tuttavia per avere una visione molto più ampia, analitica e comprensiva dei più svariati aspetti e risvolti, si consiglia vivamente il lettore di acquistare la sua nuova pubblicazione sull’Ecologia profonda (L’Ecologia profonda - Lineamenti per una nuova visione del mondo. Edizioni Mimesis - collana Eterotopie - 2011 - 230 p., brossura). Il libro è reperibile a questo LINK.
Circa il contenuto del nuovo libro si legga QUI